Nasce bene il Macro di Roma: quattro mostre e un'ipotesi di
collezione
La multimedialità diventa
arte
Fotografie e videoproiezioni esprimono un occhio
critico sulla società postmoderna
Per dove è, sembra più
la posizione di un mercato rionale coperto di Roma, che non
quella di un museo d'arte moderna e contemporanea aperto a tutte
le novità visive e intermediali; ma il museo è
lì, e si chiama Macro, tra Regina Margherita e Piazza
Fiume, nell'edificio di una vecchia fabbrica della Peroni a
via Reggio Emilia. Questo è il nuovo Museo d'arte moderna
e contemporanea della capitale. Dopo le passate disfunzioni
gestionali relative agli spazi dedicati a questo genere d'espressione,
il Comune di Roma ha deciso di affidare questa struttura a un
direttore di grande esperienza, Danilo Eccher, già a
capo della Galleria Civica d'arte moderna di Bologna.
E' previsto anche un ampliamento degli spazi attualmente a disposizione,
affidato all'architetto parigino Odile Decq, la quale ha progettato
10mila metri quadri da aggiungersi ai 4.500 già esistenti,
nonché altri 2.500 per un giardino pensile da adibirsi
per mostre all'aperto. Eccher inoltre avrà a disposizione
anche due padiglioni dell'ex Mattatoio al Testaccio per una
programmazione legata alla sperimentazione e alla multidisciplinarietà
(Macro2). Gli spazi saranno adibiti, dopo un adeguato restauro,
alla sperimentazione. Giovani curatori, giovani critici, giovani
creativi avranno ampia libertà d'azione per creare eventi,
organizzare mostre e qualsiasi altra invenzione artistica.
In questi giorni nella sede di Via Reggio Emilia c'è
una mostra di quattro artisti, "Tony Ousler/Alessandra
Tesi/Shizuka Yakomizo/ Claudio Abate/Ipotesi di collezione",
che resterà aperta fino al 12 gennaio 2002.

Una videoproiezione di Alessandra Tesi
La prima è una notevole
rassegna sul lavoro dell'americano Tony Ousler (New York, 1957),
nato a New York nel '57 da una famiglia di scrittori e artisti,
che si deve annoverare a buon diritto tra i più originali
nel campo della sperimentazione. Dopo un iniziale interesse
rivolto alla pittura, è rimasto in seguito affascinato
alle potenzialità espressive del cinema. Una tecnica
congeniale a un artista che pratica un'incessante trasformazione
delle immagini in movimento.
Ousler è considerato, accanto a Bill Viola, Bruce Naumann,
Gary Hill, uno dei più importanti video creatori americani.
Dagli anni Settanta ai Novanta, Tony Ousler ha realizzato diversi
cortometraggi. Negli anni Ottanta l'artista è passato
dall'utilizzo del video all'installazione. Poi, all'inizio degli
anni Novanta, la svolta. Comincia a manipolare manichini, pupazzi
o bambole prive di testa. Successivamente si rivolge a teste
staccate dal corpo. Su queste sfere e ovoidi proietta immagini
di facce con un videoproiettore a cristalli liquidi dotato di
sonoro, su cui viene registrato un pianto o un lamento, come
in "We have no Free Will" del 1995. Così che
sembra di stare in una camera di folli gementi dotati unicamente
di teste. Questa per Ousler è una metafora della società
postmoderna, veloce e irrazionale, che abbandona le sue vittime
in preda a disturbi da personalità multipla, come "Judy"
del '94. Fa un certo effetto osservare queste immagini su oggetti
tridimensionali con cui Ousler crea una situazione di grande
tensione emozionale. Il gioco narrativo sembra fungere da specchio
dello stato psicologico ed esistenziale in cui sono coinvolti
autore e spettatore. Celebri sono i suoi Dolls, pupazzi animati
che interloquiscono con chi li guarda. Tra le 25 opere allestite
anche "9/11", ispirata alla tragedia del crollo delle
Twin Towers. Ousler è un autore attento alla crisi della
società e utilizza le tecniche più avanzate per
esprimere i disagi più profondi.
Le due mostre curate da Gianfranco Maraniello sono dedicate
a due artiste emergenti: la bolognese Alessandra Tesi (1969)
e la giapponese Shizuka Yokomizo (Tokyo 1966).
Nella nuova opera proposta al Macro, questa curiosa Cattedrale,
la Tesi proietta su un muro formato da una miriade di perle
la sequenza temporale e cromatica della salita all'altare del
clero con le loro vesti colorate. Sembra quasi una versione
contemporanea degli studi sui drappeggi delle vesti nell'arte
rinascimentale. Il percorso della Tesi inizia avviando quella
ricerca sulla diffusione della luce e sul contributo attivo
del supporto nella creazione delle immagini che la porterà
a dichiarare di essere interessata a "dipingere con la
luce" piuttosto che realizzare "videoinstallazioni".
E' una sfida alla tecnologia per ottenere quella che l'artista
definisce l'"idea totale", che la conduce a creare
delle opere "alla luce del giorno": quadri luminosi
tridimensionali, immagini trasparenti e "concrete"
che sembrano superare e vanificare l'idea stessa di proiezione.
La Yokomizo, giovane fotografa giapponese nata a Tokyo nel 1966
e residente aLondra, ha realizzato fino ad ora quattro cicli
di opere: "Light" e "Sleeping" (1995-1997),
"Stranger" (1998), "Untitled" (2002), in
cui ha per lo più immortalato delle persone, senza però
realizzare ritratti, focalizzando la sua attenzione sull'idea
di "posizionamento in relazione all'Altro", dove quest'ultimo
è concepito come ciò che ci circonda direttamente,
come l'Altro che è sempre con noi e al quale raramente
pensiamo in termini di alterità. L'artista poi stravolge
la relazione "artista/soggetto/osservatore".
Nella serie "Untitled" (2002) l'artista crea una comunanza
di estranei che, fotografati quasi sempre nelle loro case o
in luoghi che ben conoscono, incarnano nel loro insieme l'idea
o l'ideale di un ripensamento in sé. La fotografa conosceva
gran parte degli individui immortalati e, per generare l'apparenza
di un "concentramento in sé", ha atteso il
momento in cui sembravano lontanissimi, estremamente consapevoli
della propria esistenza ma ignari di quella altrui.
In "Stranger" la fotografa giapponese presenta una
serie di cicli fotografici che ritraggono persone colte in momenti
di grande intimità all'interno delle loro case.
"Caro sconosciuto - così comincia la compassata
e perfida lettera di presentazione dell'artista allo sconosciuto
di turno - sono un artista che attualmente lavora ad un progetto
fotografico, coinvolgendo persone che non conosce. Mi farebbe
piacere se potesse fare parte di questo progetto. Il progetto
dovrebbe essere presentato in diverse mostre l'anno prossimo".
Così si presenta l'artista e c'è da immaginare
la reazione dello sconosciuto, un abitante di una grande metropoli
asiatica, europea, americana. Qualcuno entra a far parte di
un progetto solo perché abita ai piani bassi, che è
come dire per puro caso.
"Vorrei fotografarla in piedi nella sua stanza, dalla strada,
di sera". Detto così sembra una dichiarazione, di
una retorica speciale e incomprensibile. "Una macchina
fotografica sarà posizionata fuori dalla finestra, sulla
strada. Se non le dispiace essere fotografato, per favore rimanga
nella stanza e guardi nella macchina attraverso la finestra
per 10 minuti il …/…/… alle ore …/… Sarò arrivata prima
io, il …/…/… alle ore …/… e avrò posizionato la macchina
fotografica. Le farò delle foto per 10 minuti e poi me
ne andrò".
E' tutto un gioco di sguardi che comincia. Chi è il fotografo:
l'assassino, l'amante? Senza saperlo ci si ritrova a fare la
parte di un soggetto narrativo, come un protagonista di un racconto
di "Centuria" di Manganelli o di un romanzo ambientato
nella Rue Morgue.
Ci sono anche le debite istruzioni. "Istruzioni: Deve esserci
soltanto lei, l'unica persona nella stanza, da solo. Spenga
tutte le luci, per favore e stia lontano dalla finestra almeno
un metro, un metro e mezzo. Se si avvicinerà troppo alla
finestra, infatti, l'immagine sarà solo un'ombra. Vorrei
che lei indossasse quello che di solito indossa in casa".
Chi guarda si preoccupa dei movimenti e delle posture del soggetto
fotografico.
"Per favore rimanga immobile e guardi tranquillamente nell'obiettivo.
10 minuti sono un periodo molto lungo per restare assolutamente
fermi. Provi però a resistere quanto può, ma si
rilassi di tanto in tanto. Se non vuole prendere parte a tutto
questo, tiri le sue tende per far capire che non accetta".
Come in una Finestra sul cortile alla Hitchcock chi guarda deve
rimanere nascosto. "Non busserò alla sua porta per
incontrarla. Rimarremo sconosciuti l'uno all'altro. Comunque
le manderò una piccola stampa più tardi con il
mio nome, l'indirizzo e il numero di telefono. Se non vuole
che la sua foto venga esposta può farmelo sapere. Spero
davvero di vederla alla finestra. Cordialmente. L'artista".
La mostra consiste nel mostrare queste foto rubate all'intimità.
Qualcuno indossa dei pantaloncini corti e sportivi, con accanto
una bici appena parcheggiata, qualcun altro o altra solleva
una bottiglia di latte dal frigorifero. C'è chi pensoso
fissa la lunare bianchezza di un guanciale su un letto non rifatto
e chi sorride incerto e imbarazzato verso quel nulla, quel vuoto
che è il gesto di uno sconosciuto che ti sta guardando.
Tutti hanno in volto la stessa perplessità di chi è
ripreso di nascosto da una Candid Camera senza aver letto prima
Lacan o Foucoult. Ci si sente smarriti come in una stazione
della metropolitana.
Conclude le iniziative di Macro "Ipotesi di Collezione",
una proposta per una raccolta del museo, oggi costruita solo
attorno a prestiti temporanei, che attraverso opere dei protagonisti
dell'arte italiana da Mario Merz a Mimmo Paladino, da Luigi
Ontani fino alla ricerca più attuale di Francesco Vezzoli
e Vanessa Beecroft, vuole verificare una possibilità
per il futuro.
Una serie di settanta gigantografie di Claudio Abate, allestite
nel cortile del museo, delinea il quadro della vita artistica
romana e internazionale negli anni '60-'70. Tradizione della
modernità e scommessa sul nuovo. Dalla pittura-pittura
delle ultime tendenze transavanguardistiche alla perlustrazione
del terreno della multimedialità o intermedialità
o contaminazione dei media espressivi. Macro promette bene.
Antonio De Lisa