L'Informale in Europa dai francesi a Leoncillo in mostra alla
Fondazione Magnani-Rocca
Fautrier, l'artista come demiurgo
Cogliamo al volo la possibilità
di parlare della mostra "Jean Fautrier e l'Informale in
Europa", aperta fino al 1 dicembre presso la Fondazione
Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo, in provincia di Parma.
Ad uno sguardo superficiale sembra trattarsi di una cosa lontana;
di un soggetto, come l'Informale, non più tanto di moda
nel mondo dell'arte; di un'iniziativa che nasce su un terreno
ubertoso, di forze economiche e strategie promozionali, che
riguardano più i territori "padani" che il
resto del paese. Un po' è così. Ma la mostra,
ad uno sguardo appena più approfondito, è anche
un indice di qualcosa d'altro. Per dirne una, di un felice incontro
tra un esempio di collezionismo illuminato e illuminante (il
lascito di Luigi Magnani), un gruppo di studiosi incaricati
di rendere continuamente aggiornato il discorso critico sulle
opere conservate (Renato Barilli, docente a Bologna, in testa,
rappresentante della Regione Emilia Romagna), una cordata d'istituzioni
rappresentate nel Consiglio d'amministrazione (dal Sindaco di
Parma al Ministero per i Beni e le Attività Culturali,
all'Istituto di Studi Verdiani, per dirne alcuni), il sostegno
finanziario della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma.
Si tratta insomma di un caso di buon governo, "farnese"
potremmo dire, nella gestione di una parte del patrimonio artistico
che nasce dalle iniziative di un privato. Quest'esperimento
è probabilmente improponibile in altra situazione, ma
resta come traccia di un possibile percorso del rapporto tra
istituzioni e Fondazioni, quanto mai attuale in questa congiuntura
economica, in cui si parla molto della fase propositiva delle
Fondazioni, ma poco si fa per renderla operativa. E di questo
sembra giustamente orgoglioso il presidente della Fondazione,
Giuseppe Mazzitello, attento a convogliare risorse, quanto a
bilanciare i rapporti politici e istituzionali.
La scelta delle opere in collezione è stata fatta a misura
degli interessi di Luigi Magnani. Collezione in cui "non
c'è opera", per dirla con Barilli, "che non
risponda alle scelte di un gusto sorvegliato e difficile".
Essa comprende una superba scelta di mobili stile impero ed
esempi di pittura che vanno dal Trecento al Novecento, ivi compreso
un Goya che varrebbe da solo un viaggio. La parte moderna ha
avuto inizio con Renoir, Monet, Cézanne, per muoversi
in un percorso che vede ben rappresentati alcuni grandi artisti
italiani del Novecento, come de Chirico, Severini, de Pisis,
Morandi, Leoncillo, Burri, e altri francesi e tedeschi come
de Stäel, Hartung, Wols, Fautrier. Rimane tagliata fuori
l'arte astratta, mentre si prediligono opere la cui figurazione
è sottoposta ad un processo di reinterpretazione, di
deformazione che appartiene alla cultura dell'informale europeo.
La Fondazione organizza delle mostre a partire da un'opera esposta
in collezione. In questo caso si tratta di "Composition"
di Jean Fautrier, del 1960, scelta dal curatore Renato Barilli,
con la collaborazione dei critici Roberto Pasini e Fabriano
Fabbri, come perno su cui far ruotare l'esposizione dedicata
all'"Informale in Europa", incentrata soprattutto
sulle opere di Jean Fautrier (1898-1964) e Jean Dubuffet (1901-1985)
(il catalogo della mostra, bilingue, italiano e inglese, è
a cura dello stesso Barilli e pubblicato da Mazzotta, espressione
di un'altra Fondazione, per l'appunto la Mazzotta di Milano:
è un incrocio e un intreccio d'interessi e di forze che
sarebbe bene tenere d'occhio).
Le opere esposte in mostra vanno da una "Nature morte"
del 1925 a "L'asparagus", del 1963, passando per "Mon
pays", del 1955 e altri capisaldi della produzione di Fautrier.
La parte più rilevante è quella inscritta nel
primo decennio del Secondo dopoguerra, in cui le sue opere,
insieme con quelle di Dubuffet, giocano un ruolo essenziale
nel rinnovamento delle arti in Europa, segnando la via informale
in parallelo alle esperienze italiane, spagnole e tedesche.
Opere altamente materiche. Il curatore ha parlato dell'opera
dell'artista come demiurgo. Si riferisce, insieme, ai procedimenti
tecnici e all'ispirazione poetica e formale che ne guida il
tracciato. L'artista francese, infatti, delineava la prima immagine
su un cartone montato su tela con il pennello e gli inchiostri.
Si dedicava ad applicare l'impasto sul disegno tracciato; quindi
aggiungeva polveri colorate e altri strati d'impasto. In questa
fase spugnava e impastava la materia come si fa col pane, in
un processo di manipolazione altamente simbolico. Quindi spargeva
altre polveri sull'ultimo strato facendo in modo che in alcuni
punti si fissassero all'impasto fresco e oleoso, in altri punti
le incorporava con il pennello. Nella veste di "plasticatore"
riprendeva poi il disegno rimasto coperto dalla pasta e con
uno strumento metallico, molto spesso un coltellaccio, tracciava
sulla pasta solchi sottili che si aggiungevano ai tratti del
disegno. Si è parlato di "ambiguità",
o "duplicità", a proposito dell'opera di Fautrier,
"snodatasi via via attraverso l'adozione di forme robuste
e coriacee ma anche di apparizioni fantasmatiche come ectoplasmi
del primo periodo, di morte ma anche di vita nel ciclo degli
"Otages" (il grumo di materia sia come carne da obitorio,
sia come possibile feto), di deiezione ma anche di décor
negli anni Cinquanta, quando la materia reietta che gli è
congeniale si impreziosisce di tinte suadenti e raffinate, nella
migliore tradizione della "finesse" transalpina, infine
nella compresenza di materia e segno che caratterizza l'ultima
produzione" (Roberto Pasini). Questa duplicità in
fondo fa parte della vita pulsante della materia, dove vita
e morte si giocano le parti.
In quest'ambiente, e la mostra lo documenta appunto con evidenza,
parte non secondaria hanno le opere degli informali italiani,
a partire da Giorgio Morandi, definito il "traghettatore",
per arrivare a Burri e Fontana e finalmente a Leoncillo, di
cui si è potuta vedere un'importante retrospettiva quest'estate
a Matera. "Quei grumi, quei bioccoli materici, nel caso
di Leoncillo si estendono, si protendono, assumono forza e spessore,
con l'aiuto di una sostanza fisicalmente consistente quale la
ceramica, che però appartiene all'ambito della terra
morbida e plastica, ben lontana, insomma, dall'ambito delle
pietre dure. E sempre al seguito di questo destino fatale di
dare tangibilità alle scelte di Fautrier, Leoncillo giunge
a cuocere davvero le sue paste, come richiede la tecnologia
specifica dell'arte ceramica" (Barilli). Ben rappresentati
anche Ennio Morlotti e Mattia Moreni.
Ci sarebbe un lungo discorso da fare sulle differenze e i contrasti
tra pittura "informale" e pittura "astratta",
che non coincidono affatto. Si pensi per esempio che uno dei
filoni più importanti dell'arte contemporanea è
quella definita "polimaterica" e che ha le sue scaturigini
nel futurismo di Balla e Boccioni, per arrivare ai giorni nostri.
L'"informale"è un momento di passaggio di questo
tragitto, quello materico, che non nega programmaticamente la
figurazione ma la reinventa e la reinterpreta in senso alchimistico
e demiurgico. Quello che conta per i pittori informali è
soprattutto è la resa della morbida materia plastica.
Antonio De Lisa