Importante restrospettiva al Museo Archeologico di Napoli dell'artista
campano
Clemente, autoritratto con Budda
e amorino
Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli
è in corso dal 5 ottobre al 15 gennaio una grande retrospettiva
di Francesco Clemente a cura di Eduardo Cicelyn e Mario Codognato.
Questa è anche l'occasione per l'artista di tornare a
Napoli, dove è nato nel 1952 e ha vissuto fino al 1970
e dove non ha mai avuto riconoscimenti di questa consistenza.
La mostra è allestita in quattro sale che raggruppano
quattordici gradi opere, per la maggior parte dittici e trittici,
di dimensioni ciclopiche, in ordine cronologico, dagli anni
Ottanta fino al 2001. Per l'occasione è stato stampato
un grande, lussuoso e costosissimo (cento Euro) catalogo di
circa 200 pagine in carta preziosa con testi di Eduardo Cicelyn,
Mario Codognato, Demostenes Davvetas, Vincent Katz, Francesco
Pellizzi e Julian Schnabel. Inoltre è in preparazione
un documentario in video, diretto da Chiara Clemente - figlia
dell'artista - che traccia il profilo di Clemente con sequenze
di materiali audiovisivi originali e inediti. La rassegna si
può visitare tutti i giorni, eccetto il martedì.
Il prezzo del biglietto comprende la visita al Museo archeologico
nazionale, tra i più importanti d'Italia per le collezioni
di marmi, gemme, epigrafi, mosaici e pitture pompeiane.
Clemente è un artista molto coccolato dal mercato. Ha
conquistato il mondo con la sua pittura impalpabile, evanescente,
dove fluttuano senza peso apparente - come nei processi dell'inconscio
- teste, figure, simboli, brani di scrittura. E' un vocabolario
visivo inconfondibile, in cui si stratificano i segni di culture
lontanissime e all'apparenza inconciliabili: il barocco napoletano,
la tradizione orientale, ma anche la pop art, la cultura del
cinema e della televisione. Fa parte del gruppo dei cinque artisti
che vanno sotto l'etichetta di Transavanguardia. Si possono
considerare parallele, infatti, le ricerche postconcettuali
di artisti come Clemente, appunto, Nicola De Maria e Mimmo Paladino,
che "muovono dal clima comune del concettuale evolvendolo
nel senso di ridare calore e emozione ai suoi strumenti (alle
foto, alle tracce grafiche), passando per una fase di stramberie
e di eccentricità assai stimolanti" (R. Barilli).
Agli eccessi di un'arte troppo estesa, fredda, concettuale si
ritiene di dover reagire con eccessi di manualità e di
calda aggressione cromatica, come nelle opere di Sandro Chia
ed Enzo Cucchi. Un parallelo americano è nel tipo di
ricerca definita come "bad painting" o "dumb
art", dato il carattere provocante di sciatteria e sbadatezza
che i suoi cultori ostentano. Clemente fa della sciatteria del
gesto pittorico una specie di spia grafica. Le figure sono essenziali
nel loro gigantismo, il tratto che le contiene è l'unica
articolazione possibile, come in "My World War III",
del 1983, una composizione di 3 meri e 48 x 4 metri e 34 o come
in "Sense", del 1984, di 3 metri e 65 per 6 metri
e 75, praticamente un manifesto stradale.
"Transavanguardia significa assumere una posizione nomade
che non rispetta nessun impegno definitivo, che non ha alcuna
etica privilegiata se non quella di seguire i dettami di una
temperatura mentale e materiale sincronica all'istantaneità
dell'opera. Transavanguardia significa apertura verso l'intenzionale
scacco del logocentrismo della cultura occidentale, verso un
pragmatismo che restituisce spazio all'istinto dell'opera".
Di queste parole di Bonito Oliva, Clemente è un buon
rappresentante, col suo nomadismo tra Madras, Sud India, New
York e deserto messicano. Fino all'illustrazione da cartolina.
Si vedano, per esempio, i cinque pezzi del '93: "Earth",
"Woman", "Sky", Fountain", "Skul"
e "Crown" del 98. La sequenza più caratteristica
è data dalla sequenza di quattro opere elaborate con
"mixed media on jeans fabric", tecnica mista su tela
da jeans. Sono tutti dei "Self Portrait" con titoli
diversi, figure scontornate da confini poligonali e lobati che
si concludono in un grande "Birthday Self Protrait"
in cui la figura dell'autoritratto snocciola dal naso numeri
che intercorrono tra il 1952 (anno di nascita dell'artita) e
oggi.
La mostra è allestita in modo essenziale al piano terra
del Museo Archeologico Nazionale. Se si voleva creare un pretesto
per spingere i cittadini e i giovani a visitare l'uno e l'altra,
Museo e mostra, la cosa sembra abbia funzionato, almeno per
ora. Ed è già un merito, che va attribuito a monte
da Bassolino, che ha voluto fin dall'inizio questa mostra. Se
l'indice celebrativo dell'"evento", dato dal grande,
lussuoso e costosissimo catalogo in carta preziosa, supererà
invece le sue intrinseche virtù ci sarà da proporsi
qualche legittima preoccupazione. Sembra, infatti, voler inserirsi
in un modo per rilanciare la sfida della visibilità piuttosto
che favorire l'allargamento degli orizzonti di impatto dell'arte
sul territorio.
Molto "Giovane Artista Anni Ottanta", la figura artistica
di Clemente è riuscita a ritargliarsi uno spazio operativo
importante sulla scena internazionale. Queste quattordici grandi
opere dell'artista napoletano svelano una miscela di candore,
misticismo e narcisismo che è difficile da dipanare.
Troviamo Budda e la memoria degli amorini da affresco pompeiano,
tutto intorno all'unica figura che Clemente abbia mai dipinto
per intero, se stesso."Transavanguardia" scriveva
Jean Clair su un numero della rivista"Flash Art" dell'82
"è un fenomeno dettato da una situazione economica
florida. Questo è tutto, e penso che di questa avanguardia
non resterà praticamente niente, contrariamente alle
avanguardie storiche, le quali si sono definite in rapporto
a una situazione politica, un impegno e a delle convulsioni
rivoluzionarie". Tornando al nostro argomento, ci sarebbe
da chiedersi, cosa lascerà questo gigantesco autoritratto
con Budda e amorino di Francesco Clemente?