Il pittore e scrittore Emilio Tadini, scomparso a Milano a
75 anni nella notte tra il 24 e il 25 settembre, ci è
capitato di incontrarlo due volte, quasi per caso. La prima
a una Fiera del libro di Torino di qualche anno fa. Si aggirava
curioso per gli stands. I libri infatti rappresentavano l'altra
grande passione della sua vita. Attendevamo la presentazione
di un libro di Mario Lavagetto su letteratura e psicoanalisi,
uno dei suoi temi preferiti. La seconda volta alla mostra
sul Neo-classicismo all'ex Palazzo Reale di Milano. Era affascinante
sentirlo parlare. Spiegava come il grande scultore Canova
avesse convertito il tragico in patetico.
Tadini comincia a dipingere dopo aver esordito con la scrittura,
con un poemetto, La passione San Matteo, pubblicato nel 1947
sul "Politecnico" di Vittorini. Laureatosi in Lettere,
negli anni successivi contribuisce al dibattito critico sulla
Nuova Figurazione con numerosi scritti critici e teorici,
tra cui Possibilità di relazione (1960) e Alternative
attuali (1962). Alla grande retrospettiva all'ex Palazzo Reale
di Milano dedicata alla sua opera pittorica dal 1959 al 2001,
una delle domande più ricorrenti insisteva su come
riuscisse a conciliare arte e scrittura. Riteneva che non
ci fossero nessi e conciliazioni. Trovava una forma di rilassamento
proprio dalla diversità dei due "gesti fisiologici',
quello di scrivere e quello di dipingere. Al piacere della
letteratura dedicherà due poemetti (Tre poemetti, 1960,
L'insieme delle cose, 1991) e quattro romanzi (Le armi l'amore,
1963, L'opera, 1982, La lunga notte, 1987, La tempesta, 1993).
In questi giorni è in uscita l'ultima sua fatica, Eccetera.
A partire dagli anni Cinquanta si dedica anche alla pittura,
esordendo nel 1961 a Venezia. Nel 1967 realizza uno dei suoi
primi cicli pittorici, Vita di Voltaire. Partecipa alla Biennale
di Venezia nel 1978 e 1980. La via intrapresa da Tadini nel
corso dei Settanta, emanazione di una doppia riflessione su
Pop Art e opera di Magritte, indipendente e di radice diversa
rispetto ai vari ritorni alla pittura degli anni Ottanta,
è quella di una scabra lucidità compositiva,
refrattaria alle seduzioni e ai sortilegi di un certo pittoricismo
di maniera, dominata da una lombarda essenzialità antiretorica,
da un'intelligenza laconica nell'esercizio della stilizzazione
e della combinazione delle immagini.
Incline a concepire ampi cicli pittorici - e quello di Archeologia,
da collocarsi accanto ai cicli di Viaggio in Italia e di Paesaggio
di Malievic, si espande nei due anni seguenti con citazioni
incrociate di Metafisica e Costruttivismo - Tadini, è
stato detto, sembra intendere il quadro soprattutto come silenzioso,
attonito congegno narrativo, dove nella secca vocazione iconica
siano in piena luce non gli intrecci e le trame ma schemi,
sintassi, lessici, dizionari. Colpisce, in questa vuota spazialità
bianca, nel segno tipografico che dipinge figure al modo in
cui si stampano sopra un foglio le parole, e nei pallidi colori
capaci di suggerire come qui siano simultaneamente avvenuti
uno scorporamento e una focalizzazione delle immagini, e insomma
in questo loro tratto innaturale, in questa loro vita artificiale,
quanto la pittura possa riflettere sui propri stessi codici
potenziando enigmaticamente l'inesplicabile alone poetico
che la circonda (Marco Di Capua nel catalogo su Arte e Storia
in Italia nel Novecento). Tra i suoi numerosi cicli figurano
L'uomo dell'organizzazione (1968), Color & Co. (1970),
Un angelo a Milano (1986), Profughi e Città italiane
(1988).
Viaggiatore distratto della memoria, come lui stesso amava
definirsi, riusciva a ritagliare nei percorsi che faceva un'immagine
di sé e della sua idea dell'arte. Ne "L'occhio
della pittura", pubblicato da Garzanti1995, ne sceglie
cinque: E. Degas, L'orchestra dell'Opéra (1868-69),
P. Picasso, Les Demoiselles d'Avignon (1907), V. Van Gogh,
La camera da letto (1888), P. Cézanne, Le Bagnanti
(1898-1905), M. Chagall, Autoritratto con sette dita (1912-13).
"Può darsi che la virtù della pittura contemporanea
si mostri proprio nella dura fatica che essa ha dovuto e deve
compiere non per avvicinarsi alla ovvietà fulminante
del reale - ma per staccarsene, per allontanarsene. Un po'
come un figlio deve staccarsi e allontanarsi dalla famiglia,
dai genitori".
Antonio De Lisa

