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I conti con de Chirico


Antonio De Lisa


L'importante mostra di opere di Giorgio de Chirico (1988-1978) in corso dal 10 ottobre alla Pinacoteca provinciale di Potenza, organizzata meritoriamente nell'ambito delle iniziative del "Polo della Cultura" mi offre la possibilità o forse solo lo spunto per fare un po' di conti con la pittura di questo grande dell'arte novecentesca.

La fascinazione dell'enigma - Uno degli aspetti che trovo più interessanti nell'opera del de Chirico metafisico e surrealista è la fascinazione per l'enigma. Prendiamo un esempio, il "Canto d'amore" (1914), ora nel Museum of Modern Art di New York: una testa classica (quella dell'Apollo del Belvedere) accanto a un guanto da cucina di caucciù infisso che pende da un chiodo. Lo storico Maurizio Calvesi ha notato una derivazione non certa, ma probabile dall'illustrazione di un trattato di G.A. Panteo del 1530 raffigurante il laboratorio dell'alchimista. E' questo accostamento incongruo di oggetti che mi ha sempre colpito, come una specie di geometrico mistero. In un'autentica del 2 marzo 1976 de Chirico scrive: "Per il Maestro Giorgio de Chirico METAFISICA vuol dire al di là delle cose fisiche: guardando certi oggetti e anche pensando, appaiono delle forme, degli aspetti e delle prospettive che noi comunemente conosciamo, quindi questo procura al pittore che ha il dono o la specialità di sentire e vedere queste cose 'al di là delle cose fisiche' di immaginarsi un soggetto che può essere un soggetto che si vede nell'interno di una camera oppure di Piazza d'Italia come quelle che si vedono a Torino. Alcune immagini metafisiche appaiono tra il sonno e la veglia, quando non si è proprio addormentati. L'immagine nell'aspetto fisico procura sempre una gioia mista a sorpresa. Ma salvo l'aspetto metafisico che hanno certe città come Torino, gli aspetti metafisici più ricorrenti appaiono sempre in una stanza nella quale sul fondo compare una finestra. Questi oggetti metafisici hanno sempre aspetti geometrici ben definiti: triangoli, rettangoli, trapezi, qualche volta si intravede anche la sagoma di un tempio". Tutti questi simboli alchemici mi fanno venire in mente la "Melencolia I' di Duerer. La netta figuratività del dipinto, che può cogliere chiunque, cela un percorso sotterraneo. Questi enigmatici accostamenti di oggetti formano il fascino della metafisica dechirichiana,

L'ossessione della tecnica, la tecnica come ossessione - Una delle costanti del pensiero dechirichiano è l'ossessione per le tecniche artistiche, prima di tutte per le tecniche della pittura, ma non mancano anche i saggi sulla scultura, come per esempio l'importante "Brevis Pro Plastica Oratio", dedicato appunto alla scultura (con un titolo in latino). Non è cosa infrequente per lui pronunciarsi su temi come l'imprimitura, i diluenti per pittura ad olio, la vernice al litargirio, le tempere magre e semi-grasse fino a scrivere un trattatello sulle Tecniche della pittura. Questa maniacale attenzione per tecniche e trattati, a partire da quello medievale di Cennino Cennini, mi è profondamente congeniale e anch'essa un tratto dell'arte d'avanguardia, anche se de Chirico preferiva usarla nel senso opposto, come "recupero del bel dipingere" contro l'arte d'avanguardia. Ma se guardiamo sottotraccia, l'enorme attenzione per i materiali, unita a una rinnovata attenzione per la teoria, sono caratteristiche peculiari del pittore contemporaneo.

Il de Chirico pittore di regime, un boccone difficile da inghiottire - Nel 1926-28 de Chirico consuma la frattura con i surrealisti, che era nell'aria da tempo. Si avvicina al gruppo Novecento, in Italia e all'estero. Nella sua pittura cominciano ad emergere temi come i nuovi Manichini, gli Archeologi, i Cavalli in riva al mare, i Trofei, i Paesaggi nella stanza, i Mobili nella valle, i Gladiatori, insieme a temi di aperta polemica culturale nei confronti delle avanguardie artistiche del primo Novecento, di cui lui stesso è stato un protagonista (si vedano gli articoli contenuti in G. de Chirico, "Commedia dell'arte moderna", con Isabella Far, Traguardi, Nuove Edizioni Italiane, Roma 1945). Nel 1933 de Chirico si iscrive al Partito Fascista, lo stesso anno in cui esegue per la "V Triennale di Milano" l'affresco Cultura italiana. Comincia a lavorare su un concetto di "pittura al quadrato", cioè pittura che si rifà ad altra pittura, per lo più pre-esistente, quella della grande tradizione quattrocentesca italiana, in un modo non dissimile dal compositore Igor Stravinskij, che recupera la tradizione di Pergolesi e della musica barocca. Non a caso de Chirico si presterà come costumista e scenografo ad illustrare in quegli anni il "Pulcinella" del compositore russo. Era un po' l'aria del tempo, aria tuttavia mefitica, non metafisica.

L'ironia negli autoritratti dell'artista nudo - Quando de Chirico riemerge dalla seconda guerra mondiale si presenta nudo sulla scena: si veda "Autoritratto nudo seduto", del 1942. In pieno cataclisma lui si siede e si denuda. Non è significativo? Ma non mi sento di condannarlo, come altri hanno voluto fare, specie dopo aver letto le sue "Memorie della mia vita" (1945; seconda edizione ampliata1962; ne esiste una edizione in commercio nei Tascabili Bompiani, Milano 2002), in cui emerge con tutta evidenza che il suo scotto alle sofferenze della vita lui le aveva già pagate, insieme al fratello Andrea, in arte Alberto Savinio. Piuttosto è l'ironia che mi interessa. Se proviamo a considerare tutto quello che è successo in arte dalla fine degli anni Cinquanta in poi, soprattutto nel filone Neo-Dada, troviamo di nuovo questi elementi dell'ironia e del paradosso. Dopo aver anticipato il Surrealismo di una quindicina di anni, de Chirico ha anticipato anche il Neo-Surrealismo?

"La tranquilla e insensata bellezza della materia" - Ha scritto la compagna di de Chirico, Isabella Far: "Per giorni interi, alzandosi a volte persino di notte, il pittore, come un alchimista nel suo laboratorio, cercava la materia meravigliosa". De Chirico, che disprezzava tanto i pittori "di ricerca", cercava anche lui qualcosa, attraversando tre quarti di un secolo impetuoso. Ci sarebbe da chiedersi che cosa ci ha lasciato delle sue ricerche, a parte una tomba senza nome, il 22 novembre 1978. Enigma, sogno, coraggio e forza nell'uso dei colori, uso delle ombre dirette e portate, ironia e auto-ironia. Infine verrebbe da chiedersi a chi porlo accanto nella galleria dei ritratti di maestri italiani che possono ancora dirci qualcosa. La risposta, forse, non è difficile: Umberto Boccioni, Giorgio Morandi, Lucio Fontana, Alberto Burri. Fare i conti con de Chirico e con costoro significa fare i conti col Novecento. Maestri cultori dell'"insensata bellezza della materia".

 


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A.DeL., De Chirico