» R. Donfrancesco, Morton Feldman e Mark Rotko.
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| Morton Feldman e Mark Rothko di
Renato Donfrancesco Il mondo artistico americano ha vissuto
negli anni 50 una stagione particolarmente viva ed importante frutto
di una molteplicità di fattori tra i quali, non secondari,
quelli politici e sociali. Da una parte il Federal Art Project, iniziato
e voluto da Roosvelt nell'ambito del New Deal, aveva consentito sin
dal 1935 a migliaia di giovani artisti di potersi dedicare alla loro
espressione creativa senza doversi preoccupare eccessivamente del
proprio sostentamento, dall'altra la guerra aveva spinto molti tra
i migliori pittori ad emigrare da Parigi a New York permettendo il
diffondersi negli Stati Uniti di nuove idee (1).
Nell'ambito delle arti visive il fenomeno più importante fu
la nascita di un vasto movimento, l'espressionismo astratto, destinato
ad acquisire rapidamente una posizione di grande prestigio internazionale.
Rappresentato tra gli altri da Jacson Pollock, Clyfford Still, Franz
Kline, Willem De Kooning, Barnett Newman, Ad Reinhardt, Philip Guston
e Mark Rothko esso crebbe a stretto contatto con i musicisti della
scuola di New York, Earle Brown, John Cage, David Tudor, Christian
Wolff e Morton Feldman , tutti compositori animati da uno spiccato
interesse per le arti figurative (2) . Il fenomeno
di uno stretto contatto tra pittori e musicisti non era certo nuovo
nel novecento, basti pensare alla amicizia tra Schoenberg e Kandinskij
(3), tuttavia in quegli anni assunse una dimensione
e caratteristiche particolari. Fra i primi a riconoscere tale specificità
è stato Theodor W. Adorno che negli ultimi scritti
(4) ha sostenuto con vigore come la convergenza tra musica e pittura
fosse al centro della intera problematica dell'arte degli anni 50
e 60. Essa non andava nel senso di un facile sincretismo quanto in
quello di una influenza reciproca che si estrinsecava sia sul piano
della poetica che delle tecniche utilizzate. Non stupisce allora come
Pollock tendesse a trasferire sulla tela il tempo visualizzato dal
drippings o che Rothko rivelasse di essere diventato pittore per portare
la pittura allo stesso livello di intensità della poesia e
della musica e che lo " spirito della musica" doveva ispirare
le sue tele (5). D'altronde Cage dipingeva (6)
ed aveva spesso intense conversazioni con Feldman sulle arti visive
(7), mentre quest'ultimo passava molte ore con Guston
comparando le reciproche visioni estetiche (8), era
solito visitare il Metropolitan Museum in compagnia di Rothko
(9) ed intitolava alcune sue composizioni dedicandole ai suoi
amici pittori. Per comprendere dunque lo sviluppo della musica della
scuola di New York è molto importante ricostruire la rete concettuale
di questi rapporti. Questo vale soprattutto per la poetica e le modalità
compositive di Morton Feldman che molto più di Cage rimase
fedele negli anni all'espressionismo astratto.
E' allora comprensibile come Rothko
abbia preso le distanze dalla action painting che considerava antitetica
allo spirito del suo lavoro, il quale non era volto ad esprimere se
stesso ma qualcosa circa il mondo (13). Questo qualcosa
era l'esperienza trascendentale, e cioè valori che sebbene
soggettivi non erano sentiti come meramente personali. Essi erano
considerati ideali o spirituali ma allo stesso tempo immanenti alla
esperienza psichica e sensoriale. L'estasi cui precisamente aspirava
Rothko non era meta-fisica o religiosa ma era fatta di colore o suono
(14). Nell'ambito di questo dibattito si definì con il
tempo anche la posizione di Cage che, come Rothko, si allontanò
progressivamente dall'espressionismo astratto, anche lui perché
non condivideva il soggettivismo della action painting. Feldman che
negli anni 50 era, come già detto, molto vicino a Philip Guston
ebbe con lui una rottura quando questo artista passò dalla
pittura astratta a quella figurativa (15) e rimase
per molti anni sostanzialmente vicino a Rothko cui dedicò un'opera
eseguita per l'inaugurazione, nel '71 della Rothko Chapel di Houston.
Sulla tematica della soggettività nella creazione artistica
vi era infatti un importante punto di contatto. Feldman era solito
ripetere :
Ci si può chiedere allora in che senso Feldman ritenesse non egocentrico il proprio modo di comporre. Egli considerava fondamentale la concentrazione tanto da costringersi a scrivere con una penna ad inchiostro che lo aiutava a controllare il proprio livello attentivo (20). Secondo aspetto molto importante la solitudine, che egli raccomandava ai giovani (21) ed infine l'essere "deep in thought ": ... if I'm "deep in thought", it's just to get rid of the ideas... For me, it becomes almost like a physical stamina to just go on with an empty head. That's what I mean by being "deep in thought" (22) Dove per idee non vanno intese le comuni distrazioni quanto idee musicali, progetti compositivi. Feldman raccontava che tutte le volte che cercava di manipolare il suo lavoro con una idea che credeva formidabile il lavoro si fermava. Egli vedeva i suoni come destinati a "respirare" ed a non essere soffocati da un sistema che era capace sì, di estendere il vocabolario della musica ma che spesso finiva per essere solo un modo diverso di dire sempre le stesse cose. Egli vedeva come una sua missione il porsi al servizio del suono, liberarlo, evitando di mettere il suono al proprio servizio (23). Liberazione del suono come impossibilità di risalire ad una causalità, come perdita di un carico linguistico che è pressoché inevitabile in una musica quando una sorgente demiurgica anteriore impone alla sua produzione ed alle relazioni mutue dei suoni che la compongono una continuità espressiva. Feldman vedeva invece i suoi colleghi europei partire da ciò che Nietzsche chiamava l'inganno della grande forma. Mentre per gli altri, cioè, una immagine musicale era un materiale elaborato, per Feldman un semplice suono suggeriva già una immagine, era già una immagine musicale, era già una forma. Quindi giustamente Guillaume Hazebrouk (24) suggerisce come per Feldman la differenza tra un semplice suono e l'immagine e tra l'immagine e la forma non fosse nella natura ma in una semplice sfumatura di proporzioni. E' importante però sottolineare che " fare quello che i suoni dicono" non era per il musicista americano un tentativo di ipostatizzare il suono o di attribuirgli una verità propria come essenza, per Feldman il suono risultava sempre fabbricato dall'uomo: There's an avant-garde aspect which has a very religious, St Thomas attitude about the "truth of material". In that sense I don't feel that material has any "truths". It has our truths. We bring it in (25). Dunque quando Feldman parla di suono parla di ciò che il musicista ci "mette" o, più precisamente, l'attenzione che l'artista pone alla materialità del suono, il frutto dell'incontro tra il compositore ed il suono. Per comprendere meglio potrebbe essere utile vedere ciò che il musicista americano vede in contrasto con il "mestiere" , con la metodologia come immagine del controllo della composizione: "In music, when you do something original, you're an amateur. Your imitators, these are the professionals. It is these imitators who are interested not in what the artist did, but the means he used to do it. This is where craft emerges as an absolute, as an authoritarian position that divorces itself from the creative impulse of the originator" (26). Ci sembra dunque possibile ipotizzare
una modalità compositiva in cui Feldman, con una attitudine
di intensa concentrazione sulla materialità del suono che andava
producendo, attingeva ad un impulso creativo estraneo sia a idee preconcette
prodotto dall' io cosciente a priori, sia dall'automatismo incoscio
dei surrealisti che egli, come Rothko, non condivideva. La creazione
avveniva passo dopo passo lavorando al piano, strumento che consentiva
al musicista di rallentare e di percepire bene le pause (27)
seguendo con scrupolo un impulso che era soggettivo solo perché
non estraneo al creatore come persona. Oltre alle affermazioni di
Feldman abbiamo una conferma diretta di questo stile di lavoro attraverso
la testimonianza di Michael Tilson Thomas (28) che
ha avuto l'opportunità di assistere, durante le molte serate
passate insieme al musicista, alla composizione di alcune opere. Possiamo
allora formulare due ipotesi: "The insight where process could be a fantastic subject-matter" (29). dove il musicista americano dimostrava di condividere il ricorso attraverso, la concentrazione, agli strati più interiori della propria personalità, ma anche la propria meraviglia di fronte al manifestarsi in se della creazione, al suo aspetto sorgivo, al momento in cui "capiva" cosa voleva fare. Questo stupore di fronte all'impulso creativo che altre volte Feldman segnalava con eccitazione (30) e riportato anche dalla testimonianza diretta di Michael Tilson Thomas (31), ci consente di interpretare forse in modo più profondo ciò che spesso ripeteva: "What I do is what I mean". (32) L'oggettività dell'impulso
creativo inteso come natura potrebbe invece essere compatibile con
quelle affermazioni con cui Feldman non mancava di ricordare le proprie
radici culturali che, oltre che essere europee, erano profondamente
legate al panteismo ed al naturalismo americano (33).
Radici che erano ampiamente condivise da Rothko che negli anni '40
aveva espresso il proprio panteismo con la intensa luminosità
che bagnava le sue tele (34). In lui più
che in Feldman era forte l'attrattiva per Nietzsche dal quale mutuava
il disprezzo per una creatività ingabbiata in regole e la profonda
istanza di profezia, per cui si può comprendere come respingesse
le teorie dei colori provenienti dalla Germania e propugnasse il "learning
by doing". Dunque anche in Rothko era presente un rifiuto del
"mestiere" che era accompagnato da un acuto senso della
ispirazione che lo portava, come in Feldman, a lavorare con una estrema
concentrazione in uno studio silenzioso (35). La
sorgente creativa era però, nel pittore, più chiaramente
individuabile in una ricerca dell'aforisma , in una istanza di profezia,
in una ricerca di arte come "rivelazione" che mancava nel
musicista.
Nella musica di Feldman i silenzi non hanno meno importanza della delicata trama sonora: "Also silence is my substitute for counterpoint" (38) Tutta la sua musica è pervasa
da un clima di quiete e di silenzio. Questo sembra avere due diverse
funzioni: quella di separare distinte gruppi di note in clusters e
quella di generare una atmosfera di calma penombra percettiva. Ad
un primo ascolto l'impatto è spesso sostenuto da questa atmosfera
di calmo raccoglimento che sollecita la concentrazione ed il distacco
dal chiasso della vita quotidiana e dalla banalità. Esso sembra
essere un prerequisito, una preparazione che introduce gradualmente
alle immagini sonore proposte dall'impulso creativo dell'artista. "The search for art, all too often, has been another mask for the search for knowledge. Another attempt to reach heaven with facts. Since the tower of Babel, this attempts has failed.... The anxiety of art is a special condition, and actually is not an anxiety at all, though it has all the aspects of one. It comes about when art becames separate from what we know, when it speaks with its own emotion. Where in life we do everything we can to avoid anxiety, in art we must pursue it. This is difficult. Everything in our life and culture, regardless of our background, is dragging us away. Still there is the sense of something imminent. And what is imminent, we find, is neither the past nor the future, but simply the next ten minutes. The next ten minutes....".(40) L'ansia per ciò che è imminente, al di fuori della storia e del tempo. La storia per Feldman non aveva nulla a che vedere con l'arte, è un'altra cosa, come la chimica è un'altra cosa rispetto alla fisica. L'accettazione del proprio impulso creativo per come esso si mostra passo dopo passo, imminente, conduce Feldman ad una scrittura fatta di gruppi di note che si succedono intervallate da pause di silenzio che sembrano isolare frammenti di musica e sospenderli nel tempo. La musica di Feldman è in gran parte molto lenta e soprattutto oscilla intorno ad una intensità molto debole rasentando il pianissimo. I suoni si succedono in una sorta di pienezza calma e dolce e per questa serenità che si libera da tutte le pièces di Feldman essi acquistano una sottile presenza. Colui che inizia l'ascolto di questa musica può avere la sensazione di essere entrato in una stanza buia dove solo con il tempo l'occhio si abitua alla luce. Allora egli comincia a scorgere oggetti numerosi e diversi in una incredibile varietà. La difficoltà dell'ascolto è quindi soprattutto dovuta alla necessità di estremo affinamento percettivo che può richiedere un esercizio ripetuto. Piano piano ci si sente come invitati ad un cammino che si segue nota dopo nota, talvolta perdendosi e ritornando sui propri passi e quindi ripartendo senza alcuna direzione. Se si accetta questa erranza si scopre la bellezza del paesaggio. Si avanza nel nostro cammino guidati da ciascuna nota per scoprire dietro a questo quasi monodismo uno spazio armonico colorato in zone di ombra e di chiaro. E' una verticalità nello stesso tempo magica e naturale che ci invita progressivamente. Ma in che senso verticalità? Come definito da Jonathan Kramer (41), il tempo musicale esiste in due forme di base. Il tempo lineare coinvolge una successione di eventi nel quale ogni evento precedente implica quello successivo e quello successivo è una conseguenza di quello precedente. Il tempo non lineare o verticale interessa un "presente esteso" non teleologico, che rinuncia alla variazione, allo sviluppo, ai motivi, ai gruppi ritmici, gerarchia ed espressione. Kramer ritiene che la musica di Feldman rappresenti l'epitome di un tempo verticale poiché non ha nulla a che vedere con la teleologia. La verticalità nella musica del compositore americano risponde ad un'esigenza ben precisa: "Mon obsession de la surface est la théme de ma musique dans ce sens, mes compositions ne sont réellement pas du tout des "compositions". On devrait les appeller toiles temporelles, toiles que J'imprime plus ou moins d'une teinte musicale."(42) Questo è un punto fondamentale per comprendere l'evoluzione artistica di Morton Feldman. Egli è interessato a produrre una musica che si avvicini il più possibile alla resa artistica delle arti visive, e che, come vedremo, riesca ad avvalersi delle conquiste raggiunte dalla ricerca dei suoi amici della color-field painting. La poetica del musicista persegue due finalità, da una parte dare alla musica la caratteristica di una "tela temporale", dall'altra questa tela deve poter raccogliere l'evoluzione operata da Cezanne e poi dall'espressionismo astratto segnata dalla progressiva riduzione della costruzione (l'aspetto storico) a vantaggio della superficie (l'aspetto poetico). In questa ricerca la verticalizzazione del tempo rappresenta un elemento decisivo. Infatti di fronte ad un quadro noi possiamo percepire e valutare con facilità i rapporti tra i segni ed i colori presenti sulla tela. In questo processo la memoria ha una parte minima perché l'occhio ha davanti a se istantaneamente tutta l'opera nella sua interezza. Nella musica invece non si può avere nessuna percezione globale dell'opera prima di averla sentita fino alla fine. Non si può procedere avanti o indietro lungo il percorso perché la conoscenza dei particolari e quella della forma globale crescono nello stesso tempo. La sola possibilità di riconoscere la forma sta nel lavoro della memoria. In pittura la percezione è facilitata dal fatto che il tempo di riflessione è imposto da chi guarda, viceversa in musica la percezione può essere disturbata dal fatto di dover dipendere dal tempo di esecuzione. La verticalizzazione del tempo che libera gli eventi musicali dal legame lineare con ciò che precede e con ciò che segue può consentire alla musica di sottrarsi alle esigenze della memoria ed avvicinarla così alle arti visive. Feldman opera una sospensione del tempo cancellando i rapporti tra gli accordi e la loro provenienza. Egli lavorando con assiduità sulla differenza tra gli accordi cerca di cancellare nella memoria dell'ascoltatore quello che è successo prima (43). Ogni accordo è un mondo seguente rispetto al precedente. Si è così disponibili ciascun istante. La musica assume l'aspetto di una catena di differenze che può essere senza fine come dimostrano i suoi ultimi lavori, di durata elevatissima (fino a 6 ore). Essi sono l'esempio di una illimitata catena di differenze che crea l'illusione di un accessibile permanente presente. Per riuscirci Feldman lavorava per moduli separati: "I work very moduly, I don't work in a continuity, I work moduly.... If I just Think in terms of module, I could take this in another place like Frankenstein, and I could put it over here... (draws). ...I do it by ear and so, very quickly I look my material and I could see. The reason is that I want to bring back a kind of fake association".(44) Per non farsi coinvolgere in un processo
lineare Feldman costruiva frasi su carta musicale che poi, una volta
esaminata la potenzialita dei vari moduli creati, ricuciva a posteriori
sfruttando la possibilità di avere una percezione visiva dell'insieme.
Era un metodo che il musicista raccontava di aver appreso dal modo
di lavorare di Tolstoj , così come descritto dalla figlia dello
scrittore, e che amava paragonare alla tecnica del "cut-up"
impiegata da Burroughs nel creare "The naked lunch".(45) "So essentially I am working with three notes, of course we have to use the other notes but the other notes are like shadows of the basic notes.... After a few years I added an other one (note).... Essentially a piece of about three or four minutes is just orchestrating the four notes.... You can either do two things with music, you could be involved with variation, which in simple terms means only vary it, or you could be in repetition. Reiterative. What my work is, is a synthesis between variation and repetition" (48) In realtà non tutte le composizioni
di Feldman sono organizzate con clusters di tre-quattro note. Vertical
thoughts 4 è composto con cellule comprendenti da 1 a 9 note,
ma una piéces di circa 20 minuti, Palais de Mari, procede quasi
interamente attraverso numerose trasposizioni con un modulo di quattro
note. Nella tela temporale così ottenuta abbiamo visto che
i clusters si susseguono in una processione, che, espulsa la memoria
dalle categorie dell'ascolto, diviene immobile, ed evoca le categorie
di stasi e movimento che caratterizzano in modo peculiare anche l'arte
di Rothko. La stabilità in Rothko fluisce dai rettangoli, il
movimento invece deriva dalla ambigua relazione fra i rettangoli e
la superficie piatta, movimento che non va da parte a parte ma da
dietro a davanti quando i rettangoli appaiono contemporaneamente quando
si avanza o si indietreggia, ed è accentuato dai bordi finemente
sfumati dei rettangoli che sembrano così proiettarsi dolcemente
in avanti al di fuori della tela. Questa caratteristica di contorno
estremamente sfumato, evanescente, quasi impercettibile, ottenuto
da Rothko con una complessa e sottile textura, è una caratteristica
fondamentale del pittore, nota come "Rothko-edge". Essa
si ripresenta in modo chiaro ed esplicito anche nella musica di Feldman.
Infatti se da una parte il musicista americano riconosceva che gli
elementi di stasi che aveva trovato in Rothko e Guston erano tra le
cose più importanti che aveva appreso dal loro lavoro (49),
dall'altra egli cercò anche di portare sulla "tela temporale"
della sua musica il delicato movimento dei "Rothko-edges".
Il confine fra diverse sezioni musicali in Rothko Chapel, per esempio,
appare sfumato e sembra debordante fra una sezione e l'altra. Inoltre
nel succedersi dei clusters musicali di Feldman si ha un continuo
riarrangiamento di note, per cui ogni modulo o frase contiene spesso
qualcosa di quello precedente, determinando confini talvolta vaghi
e incerti (50). Una testimonianza di Wilson Baldridge
(51) ci riporta che una sera Feldman era al piano
ascoltando una serie scritta come prova. Il musicista non aveva particolari
intenzioni, semplicemente stava suonando, quando ad un tratto scattò
e con un sorriso esclamò "This is a Rothko-edge".
Abbiamo visto come Morton Feldman abbia sviluppato una poetica del tutto personale, fortemente tributaria delle ricerche dei pittori color-field ed in particolare di quelle di Mark Rothko. Salvo in alcuni aspetti, presenti soprattutto all'inizio della sua carriera, la poetica di Feldman si distanzia dalle ricerche di Cage, del quale pur tuttavia per molti anni è stato considerato un epigono. Riflettendo oggi sulla storia di ieri va detto che è difficile sapere dove Cage si incontrasse con Feldman, perché il suo cammino, a parte una reazione alla cultura musicale europea contemporanea e, nei primi anni, una ricerca comune sul ruolo dell'esecutore, sembra oggi piuttosto diverso. Feldman infatti oltre a trovare ingenua la rinuncia all'armonia, si pose fuori dal dibattito determinazione/indeterminazione. Egli se nella prima parte della sua carriera compose opere con un (solo) elemento sonoro indeterminato, per esempio la durata nelle Durations, progressivamente abbandonò la linea di Cage. Fra l'altro Feldman non mancò di sottolineare la contraddizione di Cage che da una parte affermava che il processo doveva imitare la natura nelle sue operazioni e dall'altra sosteneva che ogni cosa era musica (54). Oggi l' originalità di Feldman è ampiamente riconosciuta ed il suo prestigio si è molto accresciuto anche presso quei compositori che, come Reich (55) e Andriessen (56), sembrerebbero molto distanti dal suo mondo culturale. D'altra parte si potrebbe dire che forse, in musica, una rottura della direzionalità era già stata compiuta dalla logica del pensiero seriale e che la psicologia della musica potrebbe evidenziare una certa velleità nel programma di affrancamento dalla memoria sonora tentato da Feldman 57. Tuttavia egli è forse uno dei pochi compositori in cui la ricerca di un'affinità tra musica e pittura, iniziata operando le prime forme di scrittura grafica, ha sviluppato un pensiero musicale ad essa pressoché totalmente ispirato, tanto che possiamo dire che nel rapporto tra questo compositore e Mark Rothko si è realizzato una specie di laboratorio vivente sulle intersezioni tra mondo sonoro e pittura di assoluto interesse ed ancora attuale. Ma, oltre a quanto esposto finora, cosa può rendere Feldman ancora vicino allo sviluppo delle arti visive degli ultimi anni? La pittura, pur mantenendo un suo spazio, ha ceduto il posto alle ricerche sulle nuove tecnologie: video, fotografia, computer. La scultura, in mostre importanti come la Biennale di Venezia, è pressoché scomparsa ed ha lasciato il posto ad installazioni create con oggetti "ready made". L'arte contemporanea dopo circa due decenni dominati in gran parte dal minimalismo e dall'arte concettuale ha recuperato da alcuni anni il senso della autonomia dell'arte, concetto non nuovo, che da Kant in poi ha sempre dato segni della sua presenza, in particolare nel novecento. Feldman e la sua musica sono sicuramente in sintonia con questa evoluzione. Alcuni artisti contemporanei, in nome di questa autonomia, hanno rinunciato, come i pittori color-field, a privilegiare il bello a vantaggio di una ricerca sulla creatività. Il focus dei fratelli Jake e Dinos Chapman, di Damien Hirst, di Maurizio Cattelan sembra, come per Feldman, la creatività in se e per se, con il suo dono di stupore e di meraviglia. Forse un nuovo terreno di incontro. NOTE
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