La strategia dell’informazione come chiave del nuovo ordine mondiale
Antonio De Lisa
New media e guerra globale
Recita un detto che la prima vittima
della guerra è la verità. Questa seconda Guerra
del Golfo non fa eccezione. Sono gli ingredienti a cambiare. La
presenza di Internet, che nel ’91, all’epoca del primo
Desert Storm, non c’era, la mutata funzione e importanza
delle Tv digitali via satellite, con l’importante entrata
in scena di quelle arabe. E poi, elemento più importante
di tutti, la diversa stretegia globale di chi questa guerra l’ha
promossa e intrapresa: gli Stati Uniti. Come assicura l’ammiraglio
William J. Perry, ex segretario della Difesa del presidente Clinton:
“Essendo l’unico paese con interessi globali, gli
Stati Uniti sono anche il leader naturale della comunità
internazionale”. Questa importante presa di posizione geo-politica,
condivisa e rilanciata dall’amministrazione Bush, ha fatto
passare l’America – al culmine di due decenni di ultraliberismo
(1979-2001) - dal rango di super-potenza a quello di iper-potenza,
cioè l’unica super-potenza planetaria.
In poco più di un decennio, dal crollo del Muro di Berlino
alla distruzione delle Twin Towers di New York, nel mondo sono
scoppiati oltre sessanta conflitti, con centinaia di migliaia
di morti. Ma è a partire da questo ultimo avvenimento,
dall’11 settembre del 2001, che la strategia del conflitto
assume i connotati di una guerra di lunga durata. Con un unico
nemico: il terrorismo internazionale; e con diversi bersagli:
l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria e l’Iran (oltre
alla Corea del Nord, dotata di armi nucleari). Le analisi oscillano
tra preoccupazione e consenso, ma con uno strano tratto comune:
la deliberata strategia d’attacco degli Stati Uniti in Medio
Oriente, in Asia Centrale e nella Corea del Nord, prima e dopo
l’11 settembre.
Lo storico Franco Cardini, docente all’Università
di Firenze e considerato di “destra”, in un’intervista
ad “Avvenimenti” sostiene che questa è “una
guerra basata sulle mistificazioni, sulle bugie. Era tutto pianificato
da anni, quello è un territorio d’importanza strategica
determinante (…) Da studi fatti con altri storici siamo
arrivati a risultati simili. Lo abbiamo scritto nel libro “La
paura e l’arroganza”. Oggi possiamo dire di più.
Personaggi come Wolfowitz, Kagan, Rumsfeld, Khalizad, nel ’98
scrivevano per il Pnac (Progetto per il nuovo secolo americano)
documenti in cui si sosteneva che l’Iraq andava attaccato
in quanto territorio di primaria importanza stretegica”.
I più critici sono i commentatori francesi. . “Il
Kosovo ha offerto agli Stati Uniti l’opportunità
di applicare il ‘nuovo concetto strategico’ della
Nato qualche settimana prima della sua adozione ufficiale a Washington,
il 26 aprile 1999: ampliare a rafforzare la comunità delle
nazioni democratiche. Va da sé che l’allargamento
della democrazia presuppone, come conditio sine qua non, l’adozione
obbligatoria del modello occidentale di globalizzazione liberale.
E la sottomissione all’egemonia degli Stati Uniti. Sono
state queste, in fondo, le reali motivazioni della partecipazione
americana alla guerra del Kosovo” (Ignacio Ramonet, Il mondo
che non vogliamo. Guerre e mercati nell’era globale, Mondadori
2003).
La guerra all’epoca di Internet e delle tv digitali
In questa nuova era, nell’era
di Internet, della world culture o cultura globale e della comunicazione
planetaria, le tecnologie dell’informazione svolgono un
ruolo ideologico fondamentale. Prendiamo il caso di Giovanna Botteri
del Tg3, che è stata la prima a trasmettere il primo bombardamento
di Bagdad. Lo scoop della Botteri è stato possibile grazie
all’Inmasart-Nera, una videocamera telefonica. L’operatore
aziona una telecamera collegata col telefono satellitare e attraverso
il computer può montare i servizi e inviarli. Nuovi congegni
per una nuova guerra.
Su tutti i fronti la televisione può essere definita un’arma.
“Basta un titolo di tg, un servizio dal fronte, un’immagine-choc,
e si cambia la percezione degli avvenimenti e la visione delle
cose. E allora ecco che le Tv di tutto il mondo sono scese in
campo a contendersi gli scoop dal deserto o dalle strade di Baghdad.
Nel nome della verità, s’intende, ma di una verità
con colori diversi, a seconda dell’editore o della nazionalità
dell’emittente” (Mario R. Conti su “Oggi”).
Tutte le Tv che parlano di guerra sono state rese visibili via
satellite. Quello di riferimento è Hotbird. Con una parabola
e senza abbonamento (“in chiaro”) si possono vedere
Bbc World (canale 55), Rai News 24 (c. 51), Euronews (c. 52),
Fox News (c. 165) e Al Jazeera (c. 190). Il pacchetto Tele+ Digitale
consente di vedere Cnn (canale 50), l’inglese Sky News di
Rupert Murdoch (c. 57), la francese Tv5.Planete (c. 35), che dalle
23 alle 24 si collega alla Tv pacifista Global Tv, e dalle 24
all’1 alla neonata NoWarTv di Luciana Castellina. Con l’abbonamento
a Stream, infine, si vedono Fox e Sky News.
La tv americana
La Cnn non è più
l’unica finestra sul deserto, ma negli Stati Uniti è
ancora forte. I suoi giornalisti Nic Robertson e Rym Brahimi sono
stati espulsi dall’Iraq a poche ore dallo scoppio della
guerra, rassegnandosi a guardare il conflitto da Amman, in Giordania.
Le altre Tv hanno richiamato i propri corrispondenti da Bagdad
e dunque l’unico giornalista americano a essere rimasto
nella capitale è stato Peter Arnett, l’inviato più
famoso del mondo, premio Pulitzer per i suoi reportage dal Vietnam
e volto della Cnn nel ’91 durante la prima guerra del Golfo,
ora passato alla MsNbc, la cui vicenda è piuttosto curiosa.
Cacciato dalla sua emittente (appunto, l’americana MsNbc)
dopo un’intervista rilasciata alla tv governativa irachena
nella quale criticava la strategia politica e militare di Bush,
Peter Arnett è passato alla televisione degli emirati arabi
Al-Arabiya.
Che guerra raccontano le televisioni americane? Cnn è ottimista,
la Cbs critica con Bush; la Nbc, che ha come commentatore l’ex
generale Schwarzkopf, comincia a chiedersi se fosse il caso di
attaccare; la Fox News invece è fortemente militarista
e con i critici grida al disfattismo. Seguendo le precise indicazioni
del ministro della Difesa, Rumsfeld, indignato per le immagini
trasmesse dalle Tv arabe, nessuna trasmette immagini di soldati
alleati morti. Filmati sugli iracheni però sono ammessi.
La tv araba
A regnare incontrastata nel mondo
arabo prima c’era solo Al Jazeera, la “Cnn araba”
del Qatar, forte di 500 giornalisti, di cui 15 a Bagdad, appoggiata
del regime iracheno. Oggi però ci sono altre tre emittenti
concorrenti: Abu Dhabi Tv, degli Emirati Arabi Uniti, che ha collezionato
diverse esclusive e ha fama di moderazione; la piccola Lebanese
Broadcasting Corporation (Lbc) di ispirazione saudita; Al Arabiya,
saudita di Dubai, nata da poco, la più filo-occidentale
del Golfo.
Al Jazeera rimane la più forte, ma i suoi reporter sono
stati banditi dal Kuwait e ora anche dalla Borsa di New York e
dal Nasdaq, il mercato tecnologico americano. E’ accusata
di fare controinformazione rispetto alle Tv americane. Ecco un
titolo incriminato: “Rivolte in città dell’America”.
Si riferiva al movimento pacifista americano. Quest’ultimo,
dopo tre settimane di guerra, si è andato affievolendo,
ma rimane attivo, e proprio a partire dagli States. Andrea Buffa
è il coordinatore nazionale dei pacifisti d’America.
A lui fanno capo 200 gruppi raccolti sotto una sola denominazione:
United for peace and justice. Il sito di riferimento, www.unitedforpeace.org,
registra un milione e mezzo di contatti al giorno. A New York
hanno organizzato una manifestazione di 125 mila persone; Organizzano
150 eventi al giorno in tutto il mondo. Si va dall’ostruzione
di importanti vie di comunicazione fino all’intasamento
programmato dei centralini o delle caselle postali virtuali di
organizzazioni governative. Il movimento conta per il 40 per cento
su giovani sotto i 23 anni e può vantare una pasionaria,
il premio Nobel per la pace Mairead Corrigan Maguire, che si batté
per la pace in Irlanda negli anni ’70.
Già, Internet. “L’informazione di guerra è
quasi sempre bugiarda, carente, schierata. Tranne che in rari
casi. Ma non è più possibile nascondere molto: la
Rete moltiplica tutte le notizie che la comunità ritiene
valide e importanti” (F. Carlini su “Il manifesto”
del 6 aprile). Il giornalista cita due casi emblematici, quello
della donna soldato Jessica Lynch, ferita e liberata in soli tre
giorni viene citata in 15 pezzi della Cnn, mentre la giovane americana
Rachel Corrie, caduta il 15 marzo sotto i cingoli di un bulldozer
israeliano nella striscia di Gaza viene citata solo in tre servizi.
La rete ha ribaltato questo stato di cose, con tremila citazioni
sul Web, compresa quella dell’organizzazione volontaria
cui aderiva (www.palsolidarity.org).
Ma torniamo alle televisioni. Al Jazeera è la televisione
più vista nei territori palestinesi e le sue immagini sono
bombe in tutto il Libano meridionale. Ma è tutto il medio
e vicino oriente a ribollire di “informazioni” e “controinformazioni”
via Tv. La Tv siriana arriva a invitare i musulmani al “martirio
contro gli invasori”. In Egitto la Nile Tv che trasmette
in inglese cerca di essere equidistante tra la politica moderata
del presidente Mubarak e le posizioni degli integralisti islamici.
Le tre emittenti israeliane Canale 1, 2 e 10 si concentrano sul
pericolo chimico. La Tv irachena, intanto, incita la popolazione
usando la colonna sonora del Gladiatore e manda in onda una foto
di Bush con scritto “al Ablah”, “l’idiota”
Il mondo vede sul satellite due guerre
Insomma, il mondo ha visto
e vede sul satellite due guerre, come scrivono i commentatori
di “Le Monde”, “Panorama”, “L’espresso”.
Quella “giusta” trasmessa dalla patriottica Fox americana
e “l’intollerabile aggressione” diffusa dalla
panaraba Al Jazeera. In mezzo ci sono lo scetticismo delle televisioni
europee e lo stile controllato, ma non troppo, dei network britannici.
“L’imparzialità partigiana della Sky News di
Rupert Murdoch, che si sforza di chiamare ‘forze della coalizione’
i suoi soldati e la pietà terzomondista della Bbc World,
che indugia a lungo sulle facce e sui corpi devastati dei bambini
e degli anziani iracheni colpiti dalle esplosioni” (“Panorama”
del 3 aprile). Questa doppia faccia ha attraversato peraltro –
sia detto per inciso - anche il fronte delle trasmissioni della
Tv italiana, da Porta a Porta di Bruno Vespa a Excalibur condotta
da Antonio Socci, da Ballarò di Giovanni Floris a La 7
di Gad Lerner.
Fox contro Al Jazeera, dunque, americani contro arabi? Forse è
più vera la constatazione di un giornalista palestinese
che opera in Italia: questa è la prima guerra raccontata
in arabo agli arabi che la combattono. E non è cosa da
poco. Specie in proiezione futura.
Antonio De Lisa

