I linguaggi del cinema e della fotografia per raccontare la città post-moderna
“L’occhio non vede cose, ma figure
di cose che significano altre cose”
(Italo Calvino, Le città invisibili)
Antonio De Lisa
Cinema e città, cinema
dentro la città
come epoca dell’immagine del mondo
Ricordate “Blade
Runner” (1982) di Ridley Scott? Un’ipotetica Los Angeles
del 2019 viene trasformata in una megalopoli post-baudelairiana,
impregnata di pioggia e in preda a un sentimento che nell’Ottocento
veniva chiamato “spleen”, in un deliberato melting
pot di lingue, etnie, razze e culture. E’ un flash, come
uno scatto fotografico. Con il cinema e la televisione, la fotografia
ha fatto della nostra epoca “l’epoca dell’immagine
del mondo”, come ha scritto Martin Heidegger. Il luogo di
quest’epoca è la città, crogiuolo di addensamento
che non consente lacune, né fisiche né simboliche.
Nella città tutto è pieno: l’aria, gli spazi,
le ombre. “Batman” (1999) di Tim Burton e dello scenografo
Anton Furst costruisce una città che non esiste (Gotham
City) con i detriti, gli scarti e le rovine delle architetture
novecentesche più disparate, dall’art noveau spagnola
al costruttivismo russo al monumentalismo del Terzo Reich, in
un miscuglio di stili programmaticamente post-modernista. “Matrix”
(1999) dei fratelli Wachowski progetta una città del futuro
come se fosse presente e dinamizza le architetture del Novecento
con le acrobazie ipercinetiche delle tecnologie digitali. “Dark
City” (1997) di Alex Proyas dà vita a una città
notturna virtuale, le cui case si trasformano incessantemente
e in cui “lo spazio urbano diventa una sorta di proiezione
di stati d’animo di coscienze manipolate”.
Il cinema sembra percorrere i sentieri de “Le Città
invisibili “di Italo Calvino, di cui quest’inverno
è stata messa in scena una bellissima mostra alla Triennale
di Milano (dal 5 novembre 2002 al 9 marzo 2003), rendendo omaggio
allo scrittore ligure per le sue premonizioni post-moderne. Non
a caso quella mostra, basata su parole, era piena di luci e di
suoni, le stesse armi di cui si servono gli artisti visuali di
oggi per raccontare il loro viaggio nella realtà possibile.
Scrivendolo con la luce. Un racconto fatto di luci. Come in “Johnny
Mnemonic” (1995) di Robert Longo, che visualizza sullo schermo
la nuova realtà urbana dello “sprawl” (il tessuto
uniformemente e pulviscolarmente urbanizzato, senza più
separazione fra città e campagna). Nella città domina
l’elemento verticale, che si proietta verso l’alto.
“Il quinto elemento” (1997) di Luc Besson “agisce
sull’asse della verticalità per ipotizzare nuove
tipologie di relazione fra spazio pubblico e spazio privato (nelle
case del film si entra solo dall’alto, le uniche strade
sono aeree” (Gianni Canova). Questi sono alcuni modi di
raccontare la città, modi più specificamente cinematografici.
Ce ne sono anche altri, che vengono usati dagli artisti visuali
delle ultime generazioni.
I volti allucinati di Tony Ousler
Quasi nello stesso periodo in
cui a Milano andavano in scena le Città invisibili di Calvino,
al Macro di Roma – il museo d’arte contemporanea -
si intrecciavano altri percorsi, altre storie.
La prima si è rivelata una notevole rassegna sul lavoro
dell’americano Tony Ousler (New York, 1957), nato a New
York nel ’57 da una famiglia di scrittori e artisti, che
si deve annoverare a buon diritto tra i più originali nel
campo della sperimentazione. Dopo un iniziale interesse rivolto
alla pittura, è rimasto in seguito affascinato alle potenzialità
espressive del cinema. Una tecnica congeniale a un artista che
pratica un’incessante trasformazione delle immagini in movimento.
Ousler è considerato, accanto a Bill Viola, Bruce Naumann,
Gary Hill, uno dei più importanti video creatori americani.
Dagli anni Settanta ai Novanta, Tony Ousler ha realizzato diversi
cortometraggi. Negli anni Ottanta l’artista è passato
dall’utilizzo del video all’installazione. Poi, all’inizio
degli anni Novanta, la svolta. Comincia a manipolare manichini,
pupazzi o bambole prive di testa. Successivamente si rivolge a
teste staccate dal corpo. Su queste sfere e ovoidi proietta immagini
di facce con un videoproiettore a cristalli liquidi dotato di
sonoro, su cui viene registrato un pianto o un lamento, come in
“We have no Free Will” del 1995. Così che sembra
di stare in una camera di folli gementi dotati unicamente di teste.
Questa per Ousler è una metafora della società postmoderna,
veloce e irrazionale, che abbandona le sue vittime in preda a
disturbi da personalità multipla, come “Judy”
del ’94. Fa un certo effetto osservare queste immagini su
oggetti tridimensionali con cui Ousler crea una situazione di
grande tensione emozionale. Il gioco narrativo sembra fungere
da specchio dello stato psicologico ed esistenziale in cui sono
coinvolti autore e spettatore. Celebri sono i suoi Dolls, pupazzi
animati che interloquiscono con chi li guarda. Tra le 25 opere
allestite anche “9/11”, ispirata alla tragedia del
crollo delle Twin Towers. Ousler è un autore attento alla
crisi della società e utilizza le tecniche più avanzate
per esprimere i disagi più profondi.
Il controscatto: mostrare le cose e il desiderio di esse
Shizuka Yokomizo, l’altra
artista presente al Macro, giovane fotografa giapponese nata a
Tokyo nel 1966 e residente a Londra, ha realizzato fino ad ora
quattro cicli di opere: “Light” e “Sleeping”
(1995-1997), “Stranger” (1998), “Untitled”
(2002), in cui ha per lo più immortalato delle persone,
senza però realizzare ritratti, focalizzando la sua attenzione
sull’idea di “posizionamento in relazione all’Altro”,
dove quest’ultimo è concepito come ciò che
ci circonda direttamente, come l’Altro che è sempre
con noi e al quale raramente pensiamo in termini di alterità.
L’artista poi stravolge la relazione “artista/soggetto/osservatore”.
Nella serie “Untitled” (2002) l’artista crea
una comunanza di estranei che, fotografati quasi sempre nelle
loro case o in luoghi che ben conoscono, incarnano nel loro insieme
l’idea o l’ideale di un ripensamento in sé.
La fotografa conosceva gran parte degli individui immortalati
e, per generare l’apparenza di un “concentramento
in sé”, ha atteso il momento in cui sembravano lontanissimi,
estremamente consapevoli della propria esistenza ma ignari di
quella altrui.
In “Stranger” la fotografa giapponese presenta una
serie di cicli fotografici che ritraggono persone colte in momenti
di grande intimità all’interno delle loro case.
“Caro sconosciuto – così comincia la compassata
e perfida lettera di presentazione dell’artista allo sconosciuto
di turno - sono un artista che attualmente lavora ad un progetto
fotografico, coinvolgendo persone che non conosce. Mi farebbe
piacere se potesse fare parte di questo progetto. Il progetto
dovrebbe essere presentato in diverse mostre l’anno prossimo”.
Così si presenta l’artista e c’è da
immaginare la reazione dello sconosciuto, un abitante di una grande
metropoli asiatica, europea, americana. Qualcuno entra a far parte
di un progetto solo perché abita ai piani bassi, che è
come dire per puro caso.
“Vorrei fotografarla in piedi nella sua stanza, dalla strada,
di sera”. Detto così sembra una dichiarazione, di
una retorica speciale e incomprensibile. “Una macchina fotografica
sarà posizionata fuori dalla finestra, sulla strada. Se
non le dispiace essere fotografato, per favore rimanga nella stanza
e guardi nella macchina attraverso la finestra per 10 minuti il
…/…/… alle ore …/… Sarò arrivata
prima io, il …/…/… alle ore …/…
e avrò posizionato la macchina fotografica. Le farò
delle foto per 10 minuti e poi me ne andrò”.
E’ tutto un gioco di sguardi che comincia. Chi è
il fotografo: l’assassino, l’amante? Senza saperlo
ci si ritrova a fare la parte di un soggetto narrativo, come un
protagonista di un racconto di “Centuria” di Manganelli
o di un romanzo ambientato nella Rue Morgue
Ci sono anche le debite istruzioni. “Istruzioni: Deve esserci
soltanto lei, l’unica persona nella stanza, da solo. Spenga
tutte le luci, per favore e stia lontano dalla finestra almeno
un metro, un metro e mezzo. Se si avvicinerà troppo alla
finestra, infatti, l’immagine sarà solo un’ombra.
Vorrei che lei indossasse quello che di solito indossa in casa”.
Chi guarda si preoccupa dei movimenti e delle posture del soggetto
fotografico.
“Per favore rimanga immobile e guardi tranquillamente nell’obiettivo.
10 minuti sono un periodo molto lungo per restare assolutamente
fermi. Provi però a resistere quanto può, ma si
rilassi di tanto in tanto. Se non vuole prendere parte a tutto
questo, tiri le sue tende per far capire che non accetta”.
Come in una Finestra sul cortile alla Hitchcock chi guarda deve
rimanere nascosto. “Non busserò alla sua porta per
incontrarla. Rimarremo sconosciuti l’uno all’altro.
Comunque le manderò una piccola stampa più tardi
con il mio nome, l’indirizzo e il numero di telefono. Se
non vuole che la sua foto venga esposta può farmelo sapere.
Spero davvero di vederla alla finestra. Cordialmente. L’artista”.
La mostra consiste nel mostrare queste foto rubate all’intimità.
Qualcuno indossa dei pantaloncini corti e sportivi, con accanto
una bici appena parcheggiata, qualcun altro o altra solleva una
bottiglia di latte dal frigorifero. C’è chi pensoso
fissa la lunare bianchezza di un guanciale su un letto non rifatto
e chi sorride incerto e imbarazzato verso quel nulla, quel vuoto
che è il gesto di uno sconosciuto che ti sta guardando.
Tutti hanno in volto la stessa perplessità di chi è
ripreso di nascosto da una Candid Camera senza aver letto prima
Lacan o Foucault. Ci si sente smarriti come in una stazione della
metropolitana.
Come ha scritto Wim Wenders (Una svolta, Roma 1993), “una
fotografia è sempre un’immagine duplice, mostra il
suo oggetto e – più o meno visibile – dietro,
il controscatto, l’immagine di colui che fotografa (…)
la macchina fotografica è dunque un occhio che può
guardare nel contempo davanti e dietro di sé (…)
Mostra le cose e il desiderio di esse”.
Riconoscere nell’inferno ciò che non è inferno
Una voce registrata ripeteva
ossessivamente nella mostra milanese l’ultima frase delle
“Città invisibili” di Calvino: “L’inferno
dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è
uno, è quello che è già qui, l’inferno
che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due
modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti:
accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di
non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige
attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere
chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno,
e farlo durare, e dargli spazio”.
Gli artisti vivono in questo inferno, ma la luce della loro scrittura
cerca di illuminare quello che inferno non è, per farlo
durare e dargli spazio.
Antonio De Lisa

