Viaggi alla ricerca di un senso e amare delusioni
Antonio De Lisa
Qualcuno della comitiva di italiani cui mi sono aggregato nella visita al Tamil Nadu, uno stato dell'India meridionale, osserva che l'indomani è il 5 aprile, la Pasqua dei cristiani. Voci di consenso e di dissenso. Quel qualcuno chiede in giro, in un inglese approssimativo, se ci sia una chiesa cattolica e riceve una risposta affermativa. L'andiamo a vedere: è un'immensa costruzione in stile gotico ma senza guglie e tutta dipinta di giallo, con le modanature più scure, sul marrone. Fa un certo effetto. L'indomani ci presentiamo alla funzione, che si tiene alle otto di mattina. L'interno produce un effetto migliore. Non ci sono panche o sedili. I fedeli sono inginocchiati per terra. Vestono in sari le donne, gli uomini hanno abbandonato per un attimo il gonnellino (doti) che è il costume maschile nazionale del Tamil Nadu e indossano dei calzoni, ma sono scalzi. Anche la madonna sull'altare è acconciata in un sari multicolore. Il sacerdote è molto professionale, addobbato con i paramenti sacerdotali, ma scalzo. La messa è in lingua tamil, una lingua dravidica di origine non arya, è la lingua dei sottomessi, non dei conquistatori. La messa mi sembra del tutto conforme; ma al gesto di pace della stretta di mano è sostituito quello del "namaskar" indiano, a mani giunte. La musica è su ritmi popolari tamil, ma fatta con strumenti elettronici. Usciamo dalla chiesa senza dire una parola. Senza dire una parola saliamo sul pulman. Solo il nostro corrispondente locale, che ci ha raggiunto in chiesa, mi rivolge la parola. Si chiama Joseph. Siamo diventati amici. E' un cattolico indiano. "Strano, vero?". Gli faccio cenno di si con un movimento della testa.
Mentre ci dirigiamo al Tempio di Belur facciamo sosta in una specie di bar lungo la strada a bere il "chai", il té indiano fatto bollire nel latte, che ha un sapore discutibile. E' più graziosa la manovra di raffreddamento da parte di chi lo prepara, che passa il liquido da un bicchiere all'altro tenuti a grande distanza. La televisione è accesa. Nessuno di noi si aspetta di capire granché in un telegiornale in Kannada, la lingua del Karnataka. Ma all'improvviso si sente parlare inglese. E' il portavoce del ministro degli esteri indiano che annuncia impassibile: "Dopo undici mesi e undici giorni, alle undici di mattina l'India ha fatto esplodere nello Stato dell'Orissa una nuova testata nucleare". Ci guardiamo costernati. Sullo schermo appare la sagoma del missile, con il suo nome bene in evidenza: Agni II. Agni è il dio del fuoco nella mitologia hindu. E' ancora senza una sola parola che risaliamo sul pulman. Le contraddizioni dell'India ci sembrano insormontabili. Nei campi i contadini spingono ancora a braccia le vacche da traino per arare la fertile terra indiana. Vijipayee, il capo del Bjp e del governo, fa esplodere le testate nucleari.
L'aereo che da Bangalore, la città dell'industria elettronica, una delle più avanzate del mondo, ci riporta a Bombay vola nella notte indiana, calma, tranquilla, piena di luci. E' Bombay all'arrivo che esplode di suoni come a mezzogiorno. L'atrio è assiepato da pellegrini musulmani che attendono il ritorno in patria dei loro congiunti partiti per il pellegrinaggio rituale alla Mecca. La religione in India muove le forze dei popoli con un'attrazione contagiosa. Per avere un qualche paragone bisogna immaginare l'Europa degli Anni Dieci e Venti, l'Europa dell'ingresso di grandi masse sulla scena della politica mondiale. In India è la religione che muove la storia. Lo si vede dappertutto, lo si respira nell'aria. A tutti i livelli della vita sociale
La casa dove ha vissuto a Bombay,
ribattezzata oggi Mumbay, ospite di un amico, il Mahatma Gandhi,
è di una spoglia bellezza. La brandina per terra, l'arcolaio.
Su una scansia tre libri: la Bibbia, il Corano e Il Bagavat-Gita
(Il Canto del divino Signore), che è considerato come il
Vangelo degli hindu. Il Bagavat-Gita, che è una sezione
del grande poema indiano Mahabarata, è un libro bellissimo.
Krishna rivela ad Arjuna, che è un guerriero di casta kshatrya,
la seconda per importanza nel sistema delle caste indiane, dopo
quella dei brahmani e prima di quella dei commercianti e dei coltivatori,
i doveri della pietà e dell'azione. Dare un'occhiata al
Bagavat-Gita nella casa di Gandhi fa una certa impressione.
I colori del tramonto sul golfo di Bombay si impastano con le
sensazioni più diverse, comprese quelle suscitate dallo
spettacolo di un'umanità miserabile che si assiepa sulla
strada che conduce all'aeroporto. Con i bambini che razzolano
sui bordi di scoli a cielo aperto. Mi vengono in mente gli occhi
dei bambini incontrati lungo il viaggio, che nel sud sono neri
di pelle e che spiccano illuminati da una luce particolare. C'è
qualcosa in quella luce. Come in questa terra, dove è possibile
cogliere il senso delle cose e della vita e il suo assoluto abbrutimento.
Mi chiedo -forse inutilmente- se riuscirò mai a capire
l'India, nonostante tutti gli studi, nonostante tutti i viaggi,
nonostante tutta la mia voglia di comprenderla. Quello che mi
rimane è un senso quasi di incompiutezza. Ma che appartiene
all'angolo visuale delle mie domande e non a quello che vedo.
Di Nuova Delhi percepiamo solo
l'alone di una città immensa. In fondo è solo uno
scalo per questa volta. Ma anche qui l'atrio è animato
da voci, presenze, volti religiosi. Un gruppo di fedeli lascia
vibrare nell'aria corolle di petali di fiori. Hanno il turbante
dei Sikh, accolgono il loro capo spirituale di ritorno da un viaggio
e gli si prosternano toccandogli la punta dei piedi in segno di
rispetto.
L'India nella stagione di Chaitra (marzo-aprile) è una
sinfonia di suoni, colori e sapori prima dell'arrivo della stagione
dei monsoni, distruttiva ma anche vitale per questo paese che
deve dar da mangiare a un miliardo di persone. Sapevo che in due
settimane non si poteva cogliere che qualche vago accenno. Si
tratta di capire dove realmente sia il confine, dove realmente
cominci il contatto con il sub-continente. Sulla scaletta dell'aereo
dell'Air India mi precede una giovane donna in sari (il costume
femminile indiano) con in braccio la figlioletta di quattro o
cinque anni che si gira verso di me, che le sono dietro, e mi
sorride. Sulla fiancata dell'aereo, a metà della scaletta
d'imbarco, leggo la scritta in inglese: "Your Palace in the
Sky" (Il tuo palazzo nel cielo). Quel sorriso, quella scritta
sono di buon auspicio, come direbbe un hindu. La Madre India mi
ha sussurrato il suo saluto, che è anche il suo commiato.
I posti sono assegnati. La mia compagna di viaggio è una
signora inglese di Manchester che va a Bombay; nella fila centrale
due coppie di indiani; un signore indossa il turbante, che è
il segno distintivo dei Sikh.
L'idea di fare un viaggio nell'India del sud attraverso tre stati,
il Tamil Nadu, il Kerala e il Karnataka, dalla costa del Coromandel
nel golfo del Bengala (India sud-orientale) a quella del Malabar
nel Mar Arabico (India sud-occidentale) nasceva dal fatto che
in queste zone si conservano meglio che altrove le testimonianze
più importanti dell'arte e dell'architettura templare induista.
Infatti il periodo di massimo splendore dell'architettura sacra
induista dell'India settentrionale ebbe termine nel XIII secolo
a causa della conquista musulmana, che comportò non soltanto
l'arresto della costruzione di nuovi templi ma anche la distruzione
sistematica di molte strutture preesistenti. Al sud, invece, dove
la conquista musulmana non giunse o non fu predominante, si è
continuato a erigere templi fino a tempi recentissimi. Inoltre
l'India meridionale è la culla di quella che gli stessi
indiani chiamano musica "Karnatica", la musica classica
indiana, che ha caratteri propri e diversi rispetto alla musica
"Hindustan" del Nord, che ha subito, come la lingua,
le influenze della musica centro-asiatica, musulmana e persiana
portata dai conquistatori turchi dalle origini delle invasioni
all'epoca Moghul (XVI secolo).
Al Sud in un certo senso tutto è più puro da un
punto di vista induista. La devozione religiosa, chiamata Bhakti,
è intensa, vissuta, pervasiva. Ma è proprio questa
pervasività che aveva fatto cambiare scopo e senso al viaggio,
mio e della comitiva cui mi ero accompagnato, piena di ardore
all'inizio, poi sempre più fredda, via via che conoscevamo
qual è il senso sociale di una religione in una "terra
abitata dagli dei".
Con la lettura dei giornali sull'aereo del ritorno (The Hindu, Hindustani Time) riprende il sordo brontolio delle notizie di guerra su Belgrado. L'India è severamente critica con la NATO e gli Stati Uniti, che stanno facendo la guerra nei Balcani.. Ma le dimissioni di un piccolo partito alleato del Bjp (il partito nazionalista hindu di Vijipayee), un partito proprio del Tamil, sembra che provocherà la crisi del governo. Si affaccia la possibilità che la palla torni nelle mani del Partito del Congresso e quindi in quelle dell'"italiana", come la chiamano a New Delhi, Sonja Gandhi. Ma penso che la preoccupazioni principale di un contadino del Tamil o del Kerala in questo momento sia riferita piuttosto alla natura e alla portata del Monsone in arrivo. Sulle strade di montagne dei Gats occidentali, fra Tamil e Kerala, si vedeva già qualcuno pronto al rito propiziatorio.
Penso, attraversando questo grande paese, ai nostri riti propiziatori. Il nostro rito propiziatorio di oggi si chiama ricerca della Totalità. Abbiamo nostalgia di qualcosa che trascende gli esseri materiali e i loro commerci. Di qualcosa che sappia riempire lo spaventoso vuoto lasciato nelle coscienze dalla rincorsa al profitto. "La vittoria del dio denaro: tutti merde" ci è capitato di leggere su un muro di Napoli. Non si tratta di schierarsi, a destra o a sinistra, magari per qualcuno sarà anche importante, ma non è questo il punto. La gente, i giovani, ci sembrano assetati di una bevanda che nessuno offre loro, il senso delle cose, la totalità, l'infinito. Vorrebbero - come i miei meditabondi compagni di viaggio - tornare a pensare che c'è qualcosa di importante che sta al di là della contingenza, dell'immediata controversia ripetuta su tutti i giornali, stancante, avvilente. Le religioni sopperiscono a quel vuoto. Ma quando la religione la vedi da dentro puoi avvertire anche un senso di soffocamento. Tutto ha letteralmente un senso, coerente, oppressivo, super-umano. Non c'è spazio per i nostri errori, poco per la nostra libertà. Allora: cosa scegliere? Chi ha una risposta è bravo. A me piacerebbe stare nel mezzo, sulla linea rossa, sul confine. Se non chiedo troppo.
Antonio De Lisa

