Lo sfrenato amore di sé degli occidentali e l'incertezza dei rapporti sociali
Anche se può sembrare curioso, il tema di questo mese c'è
stato involontariamente suggerito dal saggio d'Elena Pulcini,
"La passione del Moderno: l'amore di sé", (in
S. Vegetti Finzi, "Storia delle passioni", Laterza,
Bari 2000). Parlare di affetti e passioni non è una cosa
semplice. Ci aiuteremo con delle immagini, una potrebbe essere
quella di Caravaggio, "Ragazzo morso da un ramarro",
1595-96. Caravaggio, vissuto in un'era propensa all'analisi degli
affetti, riusciva in pochi tratti a spiegare concetti profondi.
L'espressione del giovane morso dal ramarro tradisce l'interesse
del pittore barocco nei confronti proprio della rappresentazione
degli "affetti", o moti dell'animo. Il morso del ramarro
allude al senso del tatto e al topos poetico del dolore nascosto
nel piacere (il vaso di fiori). I fiori recisi, dalla bellezza
fugace ed effimera, sono un simbolo della vanitas, la vanità
delle cose terrene. Ma Caravaggio forse può essere più
utile con la raffigurazione di Narciso. Questo dovremo prendere
in considerazione, Narciso, legandolo in effigie alla figura di
Prometeo, come ci suggerisce l'autrice del saggio da cui siamo
partiti.
Ludwig van Beethoven intuisce la centralità di Prometeo,
con il suo "Die Geschoepfe des Prometheus" (Le creature
di Prometeo), scritto nel 1800-01, ci abitua a pensare a Prometeo
come figura della modernità, sulla scia di Hobbes: "Come
Prometeo (che, interpretato, vale uomo prudente) fu legato al
monte Caucaso, luogo dall'ampia veduta, dove un'aquila si pasceva
del suo fegato, divorandone di giorno tanto quanto ne ricresceva
di notte, così l'uomo che, preoccupato per il futuro, guarda
troppo lungi davanti a sé, ha il cuore roso, per tutto
il giorno, dal timore della morte, della povertà o d'altra
calamità, e non trova riposo né pausa alla sua ansietà,
se non nel sonno", (T. Hobbes, Leviatano, XII, p. 103).
Arti, letteratura e musica hanno captato l'importanza del mito
nel contesto dell'etica e della filosofia morale. A Beethoven
è seguito Liszt, con "Prometheus", Poema sinfonico
No. 5 -1850-56. Ricordiamo una tragédie lyrique in tre
atti di G. Fauré, che porta il titolo di "Promethée".
In epoca moderna troviamo "Prométhée -Le Poème
du feu", Op. 60 (1911) d'Alexander Skrjabin, "Prometeo
- Una tragedia dell'ascolto" di Luigi Nono. Per quanto riguarda
la storia dell'arte si può rimandare al bellissimo libro
di Dora ed Erwin Panofsky, "Il vaso di Pandora", Einaudi,
Torino 1992.
Prometeo è Il creatore, colui che plasma il primo uomo
con l'argilla; il salvatore, che ha vinto la morte con la speranza
(si ricordino le parole di Eschilo nel Prometeo incatenato: "Io
tolsi ai mortali la preveggenza della propria morte"); il
liberatore dalla soggezione a qualsiasi autorità, così
com'è stato visto tra Sette e Ottocento; il primo eroe
della società della tecnica. Letteralmente Prometeo, significa,
come ci ricorda anche Hobbes, "Colui che conosce prima".
Dei figli di Giapeto, Prometeo è il Preveggente e ha il
contraltare nella figura di Epimeteo, il fratello stupido, che
giungeva per ultimo a comprendere le cose.
Da questa notte che ci occulta
In realtà, come vedremo,
l'"Età di Prometeo", quella prudente del capitalismo
ottocentesco, precede ed è sostanzialmente diversa da quell'attuale,
che chiameremo l'"Età di Pandora", l'età
della passione smodata di sé, che si configura all'insegna
della dissipazione.
"Nel perseguire il proprio interesse, l'uomo prudente, in
cui possiamo riconoscere l'incarnazione smithiana (smithiana,
da Adam Smith, N.d.A.) del Prometeo, è indotto inevitabilmente,
attraverso il sentimento comparativo della simpatia, a tenere
conto dell'interesse degli altri, della cui cooperazione e del
cui aiuto, nella società civile egli ha costantemente bisogno"
(E. Pulcini, "La passione del Moderno: l'amore di sé",
cit.).
Una versione dell'amore di sé è l'ardore marziale,
di cui un esempio è Bush, abilissimo a celare dietro una
facies, una maschera con elmetto il gioco geo-politico del controllo
strategico delle fonti di petrolio del Medio Oriente. Quest'ardore
marziale è autentico, specie dopo il crollo delle Torri
gemelle, ed è insieme una maschera. Questa è l'ambiguità
del moderno, che i sentimenti sono sempre doppi, ambigui, senza
conciliazione. Questo è un effetto dell'amore di sé.
Ma veniamo al tema. Se l'economia internazionale fu in linea di
massima orientata fino agli anni Settanta all'applicazione delle
teorie keynesiane, espressione di una prudenza prometeica, "universalmente
tese a tenere conto dell'interesse degli altri", nella fase
successiva (dall'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso in
poi) si è preferita una politica di tipo monetaristico.
Il monetarismo è stato dovunque abbracciato dalla destra
dello schieramento politico per abbassare i salari, rilanciare
i profitti e ridurre il potere dei sindacati e dei partiti di
sinistra, creando un forte divario di potenziale tra paesi ricchi
e paesi poveri, tra strati emergenti e strati esclusi dal sistema
produttivo.
"L'egoismo (amour propre) è l'amore di sé e
di ogni cosa in funzione di sé; rende gli uomini idolatri
di se stessi e li renderebbe tiranni degli altri se la fortuna
ne desse loro i mezzi (…) Da questa notte che lo occulta nascono
le ridicole convinzioni che l'uomo ha di sé; di là
vengono gli errori, l'ignoranza, la grossolanità e le ingenuità
che nutre sul suo conto" (F. de La Rochefoucauld, Massime
(1678), Rizzoli, Milano 1978, "Massime soppresse", I).
I monetaristi certamente non saranno d'accordo; per loro come
per il loro capostipite, B. Mandeville, le passioni sono la fonte
della prosperità della società, della sua ricchezza
economica, e di conseguenza della capacità di espansione
e di crescita, del suo sviluppo scientifico e culturale e della
sua potenza politica. In realtà la riduzione dei salari,
l'indebolimento dei sindacati, la riduzione delle tasse (quando
si riesce), l'allargamento delle attività collegate direttamente
al profitto hanno aumentato i redditi dei ricchi e diminuito quello
dei poveri. Quella "sete di guadagno", quel "desiderio
inestinguibile di migliorare la propria condizione, di cui parla
Mandeville, ne "La favola delle api", sta aumentando
- in assenza di un sistema regolativo e compensatorio dei valori
e della ricchezza - il differenziale tra le persone che guadagnano
di più e quelle che guadagnano di meno (in Gran Bretagna
del 34%, in USA del 16%). La diffusione delle informazioni attraverso
radio, giornali e televisione ha reso poi più rapida la
presa di coscienza dei differenziali di benessere esistenti al
mondo, creando quella che è stata chiamata la "rivoluzione
delle aspettative crescenti".
L'età di Pandora o della dissipazione
Con la creazione di Pandora Zeus volle vendicarsi di Prometeo. Gli dei donarono alla donna le doti più funeste: da Atena, Afrodite, le Ore e le Cariti ricevette una bellezza seducente. Ermes le donò la mendace astuzia e la condusse, come regalo degli dei, a Epimeteo, il fratello stolto di Prometeo. Questi, nonostante gli avvertimenti del fratello, commise l'errore di sposare Pandora. Ella aveva ricevuto dagli dei un vaso, pithos (in seguito, la tradizione parla piuttosto di una cassa o di una scatola) che era pieno di tutti i mali. E poiché non poté vincere la sua curiosità, aprì il vaso, sicché l'intero contenuto fuoriuscì e tutti i flagelli si abbatterono sull'esistenza fino allora felice degli uomini (di qui il nome di Pandora, ossia "dotata di ogni dono"). Questi mali oggi si chiamano corruzione, inautenticità, conflitti e timori reciproci; e ancora: compulsiva necessità di superare l'altro in ricchezza, merito, potenza, bellezza. L'uomo della postmodernità è dominato da una struggente "passione del fuori", che lo spinge a vivere in funzione dello sguardo dell'altro, condannandolo all'inquietudine e all'ansiosa ricerca di false mete. "L'io narcisistico nasce come reazione ai guasti e alle illimitate pretese di un Io prometeico e strumentale (…) Dalla sua inquietudine e dalla sua rinuncia possiamo cogliere il prezioso suggerimento che i due aspetti, Prometeo e Narciso, non riescono ad integrarsi, destinati anzi ad una progressiva divaricazione che esaspera gli aspetti negativi di entrambi favorendone gli sviluppi patologici. Ed è in quest'impossibile, o fallita, integrazione che forse possiamo cogliere l'origine di quello che è stato recentemente definito il 'disagio' della modernità" (E. Pulcini, "la passione del Moderno: l'amore di sé, cit.). Quando il vaso fu richiuso, solo la Speranza rimase sul suo fondo, cosicché essa fu sottratta agli uomini. Versioni successive niente affatto consolatorie riportano invece che nel vaso si sarebbero trovati invece tutti i beni, i quali dopo la sua apertura sarebbero immediatamente svaniti; solo la Speranza sarebbe rimasta allora agli uomini.

Caravaggio, Narciso (1597-1599 circa), Roma, Galleria
nazionale d'arte antica di palazzo Barberini.
Come in uno specchio riflessi
Prometeo e Pandora si riflettono
l'uno nello specchio dell'altra. Conquista e dissipazione. Prometeo
stringe; è stretto da catene. Pandora libera dissipando,
e dissipando è liberata dal potere delle catene. E' un
gioco privo di dimensioni dialettiche, brutale, dove la conoscenza
è legata a una catena, la libertà alla perdizione.
E' questione di un unico inestricabile groviglio. L'unica parola
che lega l'uno e l'altra è Elpis, la Speranza, quella che
Prometeo ritiene di aver dato al mondo ("Prometeo: Io tolsi
ai mortali la preveggenza della propria morte. Io: e quale rimedio
trovasti a questa malattia? Prometeo: Insinuai in loro cieche
speranze" nel dialogo di Eschilo), l'unico bene che resta
nel vaso di Pandora dopo che sono svaniti tutti gli altri o l'unica
cosa che rimane nel vaso dopo che si sono sparpagliati tutti i
mali del mondo.
La proliferazione del mito allunga lo spettro sinistro dell'amante
di sé (Prometeo e Narciso insieme, Prometeo trasformato
in Narciso) sulla società d'oggi, come un Genio manipolatore
al contatto col "limite", e con essa si è misurata
fino all'insensatezza del girare in cerchio. La musica e le arti
non potevano dirlo che in termini mitici, non argomentativi, ambigui,
labirintici. E tuttavia questo racconto mitico fatto di suoni
ha una storia. Essa comincia col Don Giovanni di Mozart e arriva
alla Lulu di Berg. La Lulu d'Alban Berg (1885-1935) consiste in
un prologo e tre atti su libretto proprio, da Erdgeist (Lo spirito
della terra) e Die Buechse der Pandora (Il vaso di Pandora), 1904,
di Franz Wedekind. La prima rappresentazione avvenne allo Stadtheater
di Zurigo il 2 giugno 1937. Lasciata incompleta dall'autore al
terzo atto, Lulu fu rappresentata nel 1979 all'Opéra di
Parigi, diretta da Pierre Boulez e con la regia di Patrice Chereau,
nella versione ultimata da F. Cerha.
Lulu-Pandora è la vera risposta a Don Giovanni, vampiristico
rovesciamento del tema prometeico. La malinconia di stare lontani
da quello che conta, da parte di chi è affetto da eccessivo
amore di sé, di non poter raggiungere la luce, né
di poter affondare per sempre.
Antonio De Lisa

